Il cavaliere D'inverno (The Bronze Horseman)
Alzando gli occhi dal gelato, vide un soldato che la fissava dall'altra parte della strada. Non era una presenza insolita a Leningrado, dove era di stanza una guarnigione. La città era piena di soldati. Vederli per strada era come vedere anziane signore con le borse della spesa, o gente che faceva la fila, o birrerie. Normalmente Tatiana si sarebbe limitata a dargli una rapida occhiata, ma quel soldato la fissava con un'espressione che non aveva mai visto prima. Smise per un attimo di mangiare il gelato. Il suo lato della strada era già immerso nell'ombra, mentre quello dove si trovava lui galleggiava nella luce del pomeriggio. Lei lo fissò, e, nell'attimo in cui guardò il suo viso, sentì qualcosa muoversi dentro di lei; muoversi, le sarebbe piaciuto dire, impercettibilmente, ma non era vero. Era come se il cuore pompasse sangue il doppio del normale, inondando tutto il corpo. Batté le palpebre e il respiro si accellerò. L'immagine del soldato si sciolse sul marciapiede sotto il sole giallo pallido.
Aveva il fucile. I soldati semplici avevano il fucile? Sul cuore portava una medaglia d'argento contornata d'oro. Sotto il berretto color terra i capelli erano scuri. Sembrava giovane. Gli occhi timidi di Tatiana incontrarono quelli di lui color caramello, di una sfumatura più scura del gelato che stava mangiando. Erano gli occhi di un soldato? Gli occhi di un uomo? La guardavano calmi e sorridenti. Rimasero a guardarsi per un attimo, ma un attimo di troppo che parve un'eternità. Di solito gli estranei non si guardano mai per più di un breve istante. Tatiana ebbe come l'impressione di aprire la bocca e pronunciare il suo nome. Si voltò di scatto, eccitata, smarrita.
Il soldato tornò indietro e sedette sulla panchina. Di colpo tutto il resto svanì dalla mente di Tatiana. Rimasero in silenzio. Com'era possibile? Pensò lei. Ci siamo appena incontrati. Anzi. Non ci siamo affatto incontrati. Non ci conosciamo. Come può esserci qualcosa tra di noi? Alzò gli occhi nervosa e li abbassò sulla strada. Temeva che lui potesse udire il rumore del suo cuore che le martellava nel petto e che già aveva fatto fuggire i corvi dagli alberi dietro di loro: gli uccelli erano volati via spaventati, sbattendo energicamente le ali. Tutta colpa sua.
Stavolta sedettero vicini, Tatiana dalla parte del finestrino; il soldato teneva il braccio appoggiato sullo schienale di legno dietro di lei. Era davvero impossibile guardarlo così da vicino. Non c'era modo di sfuggire ai suoi occhi. Ma erano proprio i suoi occhi che Tatiana desiderava vedere più di ogni altra cosa.
Leningrado le soffiò i capelli biondi sul viso. Mentre teneva le scarpe con una mano, con l'altra cercò di scostarli. Avrebbe voluto avere un elastico per farsi la coda. Fu Alexander a scoprirle il viso. Il suo sguardò si spostò dai capelli agli occhi, indugiò sulla bocca. Era forse sporca di gelato? Sì, doveva essere così. Davvero imbarazzante. Si leccò le labbra, cercando di pulire gli angoli.
"Cosa c'è?" disse. "Ho del gelato..."
"Come sai quanti anni penso che tu abbia? Dimmi, quanti anni hai?"
"Presto ne avrò diciassette."
"Quando?"
"Domani."
"Non hai neppure diciassette anni", esclamò lui meravigliato.
"Diciassette anni domani."
"D'accordo, diciassette. Sei davvero grande."
"E tu? Quanti anni hai?"
"Ventidue. Ventidue compiuti."
"Oh", sospirò Tatiana, delusa.
"Che c'è? Troppo vecchio?" Alexander non riuscì a trattenere un sorriso.
"Decrepito", ribatté lei sorridendo a sua volta.
La baciò teneramente sulla guancia. Le sue labbra erano calde e la barba corta pungeva. "Fa' attenzione, mentre vai a casa", le raccomandò. Lei annuì e lo guardò allontanarsi con il cuore gonfio di un sentimento che somigliava alla disperazione. Pensò che, se si fosse voltato, l'avrebbe sorpresa a fissarlo come una sciocca. Prima che potesse formulare qualsiasi altra riflessione, Alexander si voltò. Provò a muoversi, confusa e impacciata. Lui la salutò e lei rispose con un gesto della mano, ripromettendosi di diventare un po' più spigliata.
Con la mente annebbiata, Tatiana tentò di mettere a fuoco quelle parole. Quella notte, a letto, si coprì fin sopra la testa con il lenzuolo a fiori e la sottile coperta marrone e pregò rivolta verso la parete: "Mio Dio, se esisti da qualche parte, per favore insegnami a nascondere quello che non ho mai imparato a mostrare.
"Ci seguono sempre, ovunque", le sussurrò all'orecchio.
"Un giorno qualcuno potrebbe sbucare da una porta segreta, afferrarti e condurti davanti a un giudice che ti chiederà cosa ti raccontava Alexander Belov durante le vostre passeggiate verso casa."
"Mi hai detto davvero troppo, Alexander Belov. Perché lo hai fatto, se pensavi che mi avrebbero fatto delle domande su di te?"
"Avevo bisogno di fidarmi di qualcuno."
"Perché non l'hai detto a Dasha? Perché non hai messo a rischio la sua vita?"
Perché avevo bisogno di fidarmi di te", rispose lui dopo un attimo di silenzio.
Tatiana se ne stava in disparte. Nemmeno lei voleva partire.Aveva scavato intorno a sé una trincea di nome Alexander e non poteva privarsene. Ormai viveva per quell'unica ora che passava con lui, la sera, quell'ora che la proiettava nel futuro, in un turbine di sentimenti appena sbocciati che non riusciva né a esprimere né a capire. Amici che camminavano alla luce del crepuscolo. Da lui poteva avere solo questo, ma non pretendeva niente di più. In quell'unica ora alla fine di una lunga giornata, senza fiato e col cuore che batteba all'impazzata, si sentiva felice.
Lui la fissò senza rispondere. "Non riusciremo a espatriare", continuò Tatiana.
"E comunque, chi vorrebbe andare nel dissoluto Occidente, dove la gente si ammazza per pochi centesimi? Non ci hanno insegnato questo a scuola? Sai", aggiunse, guardandolo negli occhi, "forse preferirei davvero morire davanti al cavaliere di bronzo con una pietra in mano, per permettere a qualcun altro di vivere quella vita libera che io non riesco neppure a immaginare."
"Sì", rispose lui con voce roca, "tu ne saresti capace." E, con un gesto pieno di tenerezza e disperazione, le appoggiò il palmo della mano sulla pelle nuda, proprio sotto la gola, coprendole la spalla e la parte alta del petto. Il suo cuore stava per volare in quella mano. Smarrita, alzò gli occhi e vide il suo viso che si piegava verso di lei.
Mangiò in fretta e salì sul tetto; lì, si sedette a scrutare il cielo per avvistare gli aerei nemici. Ma, anche se fossero venuti a radere al suolo l'intera città, non se ne sarebbe accorta perché l'unica cosa che riusciva a vedere erano gli occhi appassionati di Alexander, l'unica cosa che riusciva a sentire era la sua mano sul cuore che le batteva forte.
Ma la forza dei sentimenti aveva messo a tacere la coscienza. Avrebbe voluto per sempre passeggiare nelle notti bianche, immersa nella luce opalescente dell'alba e del tramonto fusi insieme, pensò Tatiana, e si voltò come sempre verso la parete. Shura, tu sei le mie notti, i miei giorni, ogni mio pensiero. In un attimo sarai lontano e io sarò di nuovo integra. La mia vita continuerà e un giorno amerò qualcun altro. Ma ho perso per sempre la mia innocenza.
"Ascoltami... se smettiamo adesso, non dovremo dire niente alle persone che ci sono vicine, che ci amano, che si fidano di noi. Non possiamo tradirli. Dasha..."
"Tatiana!" Lui si voltò così repentinamente da farle perdere l'equilibrio. La afferrò per le braccia. "Di cosa stai parlando?"
Era furioso. "Il tradimento... è una cosa oggettiva. Pensi forse che, se non glielo diciamo, non sia un tradimento?"
"Basta!"
"Quando non riesci a guardarmi perché hai paura che tutti vedano quello che vedo io, pensi di non tradirli? Quando il tuo viso si illumina mentre voli fuori da quella stupida fabbrica, quando lasci i capelli sciolti, quando le tue labbra tremano." Respirava con difficoltà.
"Smettila", gridò lei sconvolta, tentando invano di divincolarsi.
"Ogni singolo minuto che tu hai passato con me hai mentito a tua sorella, a Dimitri, ai tuoi genitori, a Dio e a te stessa. Quando la smetterai?"
"Alexander", sussurrò lei, "tu devi smetterla." La lasciò andare. Tatiana non riusciva a respirare.
"Hai ragione. Ma non ho mai mentito a me stessa. Ecco perché non posso farlo più."
Lui ritirò la mano.
"Continua la tua vita. Sei un uomo." Tatiana abbassò gli occhi.
"Dasha è più adatta a te. E' una donna, mentre io sono..."
"Cieca", la interruppe esasperato lui. Tatiana rimase immobile in mezzo alla strada cercando invano di lottare contro i propri sentimenti.
"Oh, Alexander, cosa vuoi da me..."
"Tutto..." sussurrò lui con ardore.
Le pulì la fronte e le guance, e poi gli occhi, la bocca. "Tatia", sussurrò, "sei davvero pazza." Lei aprì gli occhi e i loro sguardi si incrociarano. "Tatia." La ragazza allungò la mano verso il suo volto. "Alexander..." Non c'era traccia di sorpresa nella sua voce fioca. "Sto sognando?"
"No."
"Dev'essere..." La voce le venne meno. "Stavo proprio sognando... il tuo viso. Cos'è successo?"
"Sei nella mia tenda. Che ci facevi alla stazione di Luga? I tedeschi l'hanno distrutta."
"Tornavo a Leningrado, credo", rispose dopo qualche istante. "E tu che ci fai qui?"
Avrebbe potuto mentire, ma la verità era evidente. "Sono venuto a cercarti."
"Non avere paura, Tania." La strinse a sé e poi le tolse delicatamente la camicetta e la maglia. Piccola, ferita e debole, Tatiana premette il corpo nudo contro di lui; Alexander sentì sotto le mani la schiena coperta di sangue e il calore della pelle. Ha così tanto bisogno che mi prenda cura di lei, pensò mentre la toccava con dolcezza. E Anch'io ne ho un bisogno disperato."
" Perché ti sei tagliata i capelli?" le chiese Alexander guardandole la testa. Era talmente vicina che l'emozione lo constrinse a chiudere gli occhi.
"Avevo paura che mi desserro fastidio. Non ti piacciono?"
Aveva un'espressione dolce, da bambina indifesa.
"Sei bellissima." Sentì di nuovo l'impulso di baciarla, e di nuovo si trattenne. La adagiò sul cappotto e uscì dalla tenda per riprendersi dalla forte emozione. La vulnerabilità di Tatiana aveva portato in superficie i suoi sentimenti con prepotenza.
Lei non si mosse. "Non aver paura, Tania."
"Come potrei aver paura, adesso?"
"Vuoi che ti aiuti?"
"Alexander..."
"Ora che è mattina, all'improvviso sono di nuovo Alexander?"
"Oh, Shura..." sussurrò alzando gli occhi verso di lui. Lui non poteva più resistere: si chinò e la baciò. Le labbra di lei erano morbide, giovani, piene come le aveva immaginate. Tremava mentre ricambiava il bacio con una tale tenerezza, una tale passione, un tale bisogno, che alexander gemette senza rendersene conto. Furono interrotti dal fragore delle bombe che scoppiavano sopra le loro teste.
"Sarei venuto da solo", continuò. "Ma ho pensato che fosse inutile. Non farebbe bene a nessuno dei due." D'improvviso le apparve l'immagine di Alexander che si chinava su di lei e le lavava via il sangue dal corpo nudo. Respirava con difficoltà. Un'altra immagine... lei che dormiva tra le sue braccia, e gli premeva le labbra sul petto. Vicina a lui più di ogni altro al mondo. E ancora loro due sul treno, abbracciati, e la sensazione di languore al tocco delle labbra di Alexander sulle sue. Si voltò dall'altra parte. "Hai ragione", sussurrò. Alexander si alzò e stavolta Tatiana non lo fermò. "Ci vediamo", le disse, chinandosi a darle un bacio sulla testa. La testa è già qualcosa, pensò lei. "Verrai ancora, vero? Solo per pochi minuti." Sulla porta, col berretto fra le mani, lui disse:
"Tania..."
"Hai ragione, non importa."
"Tania, qui è pieno di infermiere... qualcuna di loro potrebbe parlare delle mie visite di fronte alla tua famiglia. Finirà male."
Ma finirà. "Hai ragione", concluse Tatiana.
Sentì l'impulso di baciarlo. Il volto di Dasha svanì e Tatiana sfiorò con le labbra i capelli di Alexander. Aspirò l'odore del sapone e del fumo. Così da vicino, riuscì a sentire il delizioso alito che sapeva di vodka, che sapeva di lui.
"Sono davvero felice che tu sia venuto a trovarmi, Shura", sussurrò avvertendo una fitta di dolore nella parte inferiore del corpo. Alexander chinò la testa e le baciò la bocca con passione. Lei gli cinse il collo. Si baciarono avidamente, quasi senza respirare. La fitta allo stomaco divenne così forte che Tatiana aprì la bocca e gemette. Alexander le prese il viso tra le mani.
"Sei la ragazza più dolce che abbia mai conosciuto", sussurrò. "Non so che cosa fare, Tania."
Le baciò le labbra, poi gli occhi, le guance, il collo. Lei gemette di nuovo, sempre stretta a lui: si sentiva bruciare dentro. Le labbra di Alexander erano così avide e insistenti che lei cominciò a scivolare nel letto, incapace di muoversi, di respirare.
Alexander era seduto sul letto, vestito, e la guardava con passione.
"Tania, tu sei troppo per me...non posso averti né ora, né mai, né qui, né per la strada... né da nessun'altra parte." La strinse proprio sopra le costole fasciate.
"Shura", gemette. "Cosa mi stai facendo?"
Lui cominciò ad accarezzarle i seni, le sfiorò i capezzoli. Tatiana gemette. Lui li strofinò più forte, poi si allontanò e restò a contemplarla. "Dio quanto sei bella..." Si chinò, prese un capezzelo in bocca e lo succhiò, mentre con le dita tintillava l'altro. Sentire e vedere Alexander sui suoi seni le fece perdere il controllo. Tatiana mugolò così forte di piacere che lui si ritrasse e le coprì la bocca con una mano. "Zitta, ti sentiranno", sussurrò continuando a carezzarle i seni.
"Shura, morirò."
"No, Tatia."
"Respira sulla mia bocca."
Lui obbedì e Tatiana lo baciò con passione. La sensazione di quelle dita sui suoi seni la lasciava senza respiro.
Alexander girò intorno al letto per guardarla in viso. Stringeva il fucile. Lei si asciugò le guance.
"Per favore, non piangere. La scorsa notte sono venuto qui pronto a sacrificare tutto, te compresa, per soddisfare il fuoco che arde in me dal giorno in cui ci siamo incontrati. Ma Dio vegliava su di te e ci ha fermati: soprattutto, ha fermato me. Ho riflettuto a mente lucida e... "
Tatiana non riusciva a parlare.
"Tu e io..." Alexander scosse la testa. "Non è il momento giusto per noi."
Lei si girò e si coprì il viso con un braccio. Il momento, il luogo, la vita stessa erano sbagliati. "Non potevi pensarci prima di venire qui?"
"Non riesco a stare lontano da te. La notte scorsa ero ubriaco. Ma ora sono sobrio. E ti chiedo scusa."
Tatiana non parlò, soffocata dalle lacrime. Alexander se ne andò senza toccarla.
Nel frattempo lei cercava con tutta se stessa di negare la propria: sapeva di appartenere ad Alexander, ma credeva di avere la forza di allontanarsi da lui e di continuare, in qualche modo, a vivere, così come lui sarebbe andato avanti con la propria vita. Non avrebbe mai potuto: loro due erano la Luna in Giove e il Sole in Venere, allineati nel cielo.
"Tania, abbiamo bisogno di restare un minuto da soli."
"Non è giusto."
"E' l'unica cosa giusta."
"Va bene. Ora vai."
"Verrai?"
"Ci proverò. Ora vai."
"Alza..." Tatiana non gli diede il tempo di finire la frase: alzò il viso e si baciarono appassionatamente. "Hai idea di cosa provo?" sussurrò Alexander, accarezzandole i capelli.
"No", sospirò lei stringendoglisi contro, mentre le gambe le cedevano.
"Ho idea soltanto di quello che provo io."
La baciò appassionatamente. Bastarono tre secondi per farla quasi svenire. "Shura", mormorò stringendosi a lui, "smettila. Dobbiamo smettere." Avvertì una fitta violenta allo stomaco.
"No che non dobbiamo."
"Non troveremo conforto, in questo. Non posso continuare a passare i miei giorni così, pensando a te."
"La cosa che più desidero al mondo", sussurrò Alexander con ardore, "è dimostrarti il contrario." Le sue mani la strinsero in una morsa.
Tatiana chiuse gli occhi. Alexander le tenne saldamente il viso tra le mani. "Andiamo, apri gli occhi e guardami. Guardami, Tania." Quando lei lo guardò, emozionata e dispiaciuta al tempo stesso, vide che la fissava con immutata tenerezza. "Tania, per favore. Non sei una mia conquista, non sei una tacca nella mia cintura. So che per te è difficile far fronte ai tuoi sentimenti. Vorrei solo che la smettessi di immaginare cose che non esistono." La baciò con passione. "Senti le mie labbra quando ti bacio," sussurrò e poi la baciò con tenerezza. "Non senti le mie labbra? Cosa ti dicono? Cosa ti dicono le mie mani?" Lei chiuse gli occhi e gemette. Vicino a lui si sentiva impotente. Alexander aveva ragione: non solo avrebbe ceduto in ospedale, ma anche in quel preciso istante, sul pavimento freddo e duro della cupola dorata. Quando riaprì gli occhi, lui la guardava sorridente. "Forse", aggiunse con tenerezza, "quello che dovresti chiedermi non è se sei un'altra tacca nella mia cintura, ma perché non lo sei." "
"Mi dispiace, Shura", sussurrò.
"Mi dispiace se ho avuto dei dubbi. E' che sono troppo giovane."
"Tu sei troppo tutto. Mio Dio!" esclamò. "E' pazzesco, non avere mai il tempo di spiegarsi, non avere mai un minuto..." Lo abbiamo avuto, pensò Tatiana. Abbiamo avuto i nostri minuti sull'autobus, E alla Kirov. Abbiamo avuto i nostri minuti a Luga. E nel giardino d'Estate. Minuti che ci hanno tolto il respiro. Quello che vogliamo, pensò sforzandosi di contenere l'emozione, è l'eternità."
Alexander non si mosse né parlò. Perché era così silenzioso? "Shura..."
"Tania, basta! Non voglio più parlare di queste cose."
"Tutto questo ci separa, e poi c'è anche mia sorella, eppure tu continui a venire da me ogni volta che puoi", disse strofinandosi nervosamente le mani.
"Non riesco a starti lontano."
Tatiana indietreggiò. "Dobbiamo dimenticarci l'uno dell'altra, Shura. E' ovvio che non è destino che stiamo insieme."
"Tu credi? E' il destino che ha voluto che tu ti sedessi su quella panchina due mesi fa e che io mi avvicinassi a te. E, per quanto facessimo del nostro meglio per allontanarci l'uno dall'altra, il destino è intervenuto di nuovo, guidandomi verso il cumulo di corpi e macerie dove tu eri sepolta, con le ossa spezzate ma viva."
Lei soffocò un singhiozzo. "Hai ragione", mormorò dolcemente. "Non possiamo dimenticare che ti devo la vita." Lo guardò. "Che ti appartengo."
"Mi piace il suono di queste parole." La strinse ancora più forte.
Lui intrecciò le dita alle sue e le strinse la mano così forte da farla gemere. Poi la baciò vicino al naso. "Ti ho mai detto che adoro le tue lentiggini?" mormorò. "Sono molto attraenti." Mentre si baciavano, le loro dita rimasero intrecciate. "Tatia, hai delle labbra stupende", le sussurrò.
La staccò da sé e la guardo. "Non ti rendi conto di come sei. E' una delle tue qualità più tenere ed esasperanti..."
"Non so cosa vuoi dire..." Lei aveva perso completamente la testa. "Shura, com'è possibile che non ci sia un solo posto dove possiamo andare?" La voce le si spezzò. "Che genere di vita è questa?"
"La vita comunista." Si strinsero l'uno all'altra.
La tua riluttanza a partire, la valigia piena, la mancanza di tue notizie erano forse dei segni? Segni che potevamo riconoscere e tenere a mente per una prossima volta, per essere in lutto fin dall'inizio. Avremmo potuto trattenerti più a lungo? Aggrapparci a te, tenerti stretto, giocare nel parco una volta di più per rimandare l'implacabile destino di qualche giorno, qualche domenica, qualche pomeriggio? Ne sarebbe valsa la pena, sapendo quello che ti aspettava? Sarebbe valsa la pena vedere il tuo viso per un altro giorno, un'altra ora, o un altro minuto prima che tu scomparissi? Sì. Ne sarebbe valsa la pena. Per te. E per noi.
Forse Alexander è a Leningrado, pensò. Forse verrà stasera e mi parlerà come se fosse ancora vivo, come se io fossi ancora viva. A casa nessuno mi rivolge più la parola, come se non si accorgessero della mia presenza. Sono tutti sprofondati in se stessi, come se io non ci fossi. Vieni, Shura, pensò mentre si abbottonava la giacca e camminava svelta per la Nekrasova fino al magazzino delle razioni. Vieni a ricordarmi che sono ancora viva.
Quando attaccò la sirena dell'allarme antiaereo, non pensò neppure a ripararsi. Camminava con gli occhi bassi. Il sibilo delle bombe, il fragore delle esplosioni non erano niente a paragone del dolore che gridava nel suo petto. Si rese conto con stupore che la guerra non le faceva più paura: era sempre stato Pasha, il coraggioso della famiglia. Dasha era sicura di sé. Deda era inflessibilmente onesto, suo padre severo e ubriacone, sua madre autoritaria, Babushka Anna arrogante. Sulle sue esili spalle Tatiana portava le insicurezze nascoste di tutti. Insicurezza, timidezza, paura. Ora però non aveva paura, non temeva la guerra. Era come essere colpita dal fulmine, un fulmine che si abbatte sulla città mille volte al giorno. No, non era la guerra a terrorizzarla. Era il caos che regnava nel suo cuore infranto.
"Come hai potuto permetterglielo?"
"Mi pongo continuamente questa domanda. E non solo riguardo a mio padre."
Lui batté le palpebre. "Tania..."
"Non ho nessuna intenzione di parlare con te, né ora né mai", urlò lei. Fece un altro passo indietro, con le labbra che le tremavano e gli occhi pieni di lacrime. "Non voglio parlare mai più con te."
"Tania, posso spiegarti..."
"No."
"Puoi per un attimo..."
"No!"
"Tania..."
"No!" Si gettò contro di lui a denti stretti. Serrò i pugni. Non riusciva a crederci: voleva colpirlo. Lui le guardò i pugni. "Avevi promesso che mi avresti perdonato..." disse irritato e incredulo.
"Perdonarti", sibilò Tatiana tra i denti, mentre le lacrime le rigavano le guance. "Per l'indifferenza che avresti mostrato sul viso. Non per l'indifferenza nel tuo cuore!"
Né le bombe né il mio cuore spezzato mi impediranno di ricordare quel giugno di gelsomini, quando passeggiavo a piedi nudi accanto a te attraverso il Campo di Marte.
Nessuno dei due si mosse. Alexander continuò. "Perché continuiamo a fingere? Per il bene di chi? Ci restano solo dei minuti, e minuti poco piacevoli. Gli strati della nostra vita vengono sfogliati a uno a uno, come la maggior parte delle nostre menzogne, eppure continuiamo a mentire. Perché?"
"Te lo dico io perché! Te lo dico io per il bene di chi, Per Dasha. Perché lei ti ama, perché tu vuoi confortarla nei minuti che le restano. Ecco perché!"
"E tu, Tania?" chiese Alexander con voce rotta. Taque per un attimo e la fissò, in attesa di risposta. Ma lei non parlò.
"E tu non vuoi conforto nei minuti che ti restano?"
"No", rispose lei con un fil di voce. "Non si tratta di me, e nemmeno di noi due." Abbassò la testa. "Io posso sopportare. Lei no."
"Neanch'io posso farcela."
Tatiana doveva smettere di avere sentimenti. Doveva stringere i denti ancora di più. Perché non c'era più cibo. Non tremerò né indietreggerò, non abbasseròla testa. Troverò il modo di alzare gli occhi, di non lasciare entrare niente. Eccetto te, Alexander.
Con gli occhi chiusi, Tatiana ascoltava la morbida cadenza della voce di Alexander. Voleva che non smettesse più di parlare. Hai una bella voce, Shura, pensò. Mi sembra di andare alla deriva, mentre la tua voce calma, misurata, profonda mi invita alla pace eterna. Va', Tatia, va'.
Tatiana rimase lì, ma non con la testa appoggiata contro la sua spalla.
"Tatia, Tatiasha, Tania", sussurrò lui. "Riesci a sentirmi?"
"Ti sento, Shura."
"Appoggia di nuovo la testa alla mia spalla." Lei obbedì.
"Come stai?"
"Lo vedi."
"Lo vedo." Le baciò la mano coperta dal guanto. "Coraggio, Tatiana, coraggio."
"Ti amo, Alexander. "
"Cosa farai quando non ci sarò più? Pensi che sarà più facile?"
"Di cosa stai parlando? Sei mia sorella..." Avrebbe pianto, se ne fosse stata capace. "Sono qui con te. Non ti lascerò. E non moriremo. Lui ti vuole bene." Si mise le mani sul petto per soffocare un gemito.
"Sì", disse Dasha con voce rotta. "Ma io vorrei che mi amasse come ama te."
"Tatia, vieni, siamo a casa." Morirò con la mano di Alexander sul mio viso. Non è un brutto modo di morire. Non posso muovermi. Non posso alzarmi. Chiuse gli occhi e sentì il proprio corpo andare alla deriva. All'improvviso le giunse la voce di Alexander. "Tatiana, ti amo. Mi senti? Ti amo come non ho mai amato nessuna in tutta la mia vita. Ora alzati. Fallo per me, Tatia. Per favore, alzati e va' a occuparti di tua sorella. Io mi occuperò di te." Le baciò la guancia. Tatiana aprì gli occhi: lui le stava molto vicino e sembrava sincero. Aveva veramente sentito quelle parole o le aveva sognate? Notte dopo notte, rivolta verso la parete, le aveva sognate, le aveva desiderate fin dai tempi della Kirov. Stava forse rimpiangendo il sole delle notti bianche?
Tatiana chiuse gli occhi per riaprirli all'istante. In breve sarebbe stata al di là del lago ghiacciato, lontana da lui. Se mi avvicino, posso almeno toccarlo, pensò.
"Tania?"
"Sì?"
"Come si chiama il villaggio in cui vive tua nonna?"
"Lazarevo." Furono illuminati da una luce. Tesero la mano l'uno verso l'altra, poi ripiombarono nell'oscurità.
"Lazarevo." Un'altra luce. Alexander e Tatiana si toccarono. Di nuovo il buio.
Alexander si addormentò. Dasha dormiva da ore. Tutte le persone sul camion avevano gli occhi chiusi eccetto Tatiana, che non riusciva a staccarli da lui. Forse sono morta, pensò. I morti non possono chiudere gli occhi. Forse è per questo che non posso dormire.
"Andiamo, Tania, ti aiuto a salire. Sii forte per tua sorella."
"Lo sarò."
"Non preoccuparti per le bombe. Di solito è più tranquillo di notte."
"Non sono preoccupata", disse Tatiana rifugiandosi fra le sue braccia.
L'abbracciò. "Sii forte per me, Tania", mormorò Alexander con voce roca. "Salvati per me."
"E' quello che farò, Shura. Mi salverò per te."
Le mandò un bacio e sparì, senza guardare Tatiana. E lei sperava disperatamente in un ultimo, fuggevole sguardo. Nella semioscurità avrebbe voluto sentire i suoi occhi dolci su di sé, leggervi la verità che aveva appena negato. Ma lui non la guardò. Tatiana non poté leggere nessuna verità. Vide solo che l'aveva rifiutata. Il camion ripartì e si trovarono di nuovo al buio. Adesso però non c'era più Alexander tra il buio e la luce. Non c'era la luna, solo gli spari dei cannoni e gli scoppi in lontananza che Tatiana sentiva appena, tanto era fragoroso ciò che gli esplodeva nel petto.
"Tu lo ami da morire, vero? Come hai fatto a nascondermelo, Tania?" Sì, lo amo da morire. "Dasha", disse Tatiana con voce ferma e compassionevole al tempo stesso. "Amo di più te." Tenne gli occhi chiusi mentre parlava. "E non me lo hai nascosto. Niente affatto. Hai lasciato il tuo amore in bella mostra, non lo hai chiuso in un armadio. Marina aveva ragione. Ero cieca."
Dasha chiuse gli occhi a sua volta, ma la sua voce giunse alla donna con il marito e il bambino, a Tatiana, al conducente. "Lo hai lasciato in mille posti perché io lo vedessi. Adesso li vedo tutti e mi fanno male." Cominciò a piangere e fu colta da un eccesso di tosse. "Ma tu eri una bambina. Come poteva una bambina amare qualcuno?"
Sono cresciuta, Dasha, pensò Tatiana. Da qualche parte tra il lago Ilmen e l'inizio della guerra, la bambina era cresciuta.
Due immagini lo ossesionavano. Tatiana con un elmetto in testa, con indosso strani vestiti, coperta di sangue, pietre, travi, vetro e cadaveri, ancora calda, ancora in grado di respirare. E Tatiana nuda in un letto d'ospedale, che gemeva al tocco delle sue mani, delle sue labbra. Se qualcuno doveva salvarsi, non avrebbe dovuto essere proprio quella ragazza che ogni mattina per quattro mesi era uscita all'alba e si era avventurata in una Leningrado in agonia per procurare il pane alla sua famiglia?
Ma se era viva, perché non gli aveva scritto?
La ragazza che gli baciava la mano, che gli serviva il tè, che lo guardava trattenendo il fiato, che se lo mangiava con occhi che lui non aveva mai visto prima, non poteva essere morta. Il suo cuore non poteva essere morto. Dio, ti prego, fa' che sia viva, anche se non dovesse amarmi più.
Non fu facile formulare quella preghiera, ma non poteva immaginare di vivere in un mondo senza di lei.
Il cuore gli rimbombava in petto come quando aspettava la battaglia. Tatiana alzò gli occhi, lo vide e si coprì il volto con le mani. Tutti si alzarono e corsero verso di lei. Ma lei li respinse, spostò il tavolo, spostò la panchina e gli corse incontro. Alexander era paralizzato dall'emozione. Avrebbe voluto ridere. Avrebbe voluto gettarsi in ginocchio e piangere. Lasciò cadere le sue cose, compreso il fucile. Dio, pensò, tra un attimo potrò stringerla.
Tatiana si gettò tra le sue braccia aperte e lui la strinse a sé con un tale slancio che la sollevò da terra. Non poteva stringerla abbastanza, respirare abbastanza il suo profumo. Lei gli cinse il collo e affondò il viso nella sua barba, il corpo scosso dai singhiozzi. Era più pesante di quando l'aveva aiutata a salire sul camion al lago Ladoga, nonostante allora avesse addosso stivali, vestiti, cappotto, coperte. Aveva un odore delizioso. Profumava di sapone, di sole, di zuccero caramellato.
Sopraffatto da una gioia incontenibile, Alexander strofinò il viso contro le sue trecce, mormorando poche parole prive di senso. "Dai...andiamo, via, su Tatia. Per favore..." La voce gli venne meno.
"Oh, Alexander", mormorò lei con dolcezza. Le sue labbra gli sfiorarono il collo, le mani gli stringevano la nuca. "Sei vivo. Grazie a Dio."
"Tatiana..." mormorò stringendola ancora più forte. "Tu sei viva, grazie a Dio."
Alexander non disse niente, ma non si ritrasse dal suo tocco. Tatiana lo tenne stretto. "Dio, Alexander! Come puoi essere così stupido? Non capisci perché non ti ho scritto?"
"No, non lo capisco, perché?"
Lei inalò il suo profumo, il viso ancora appoggiato al suo petto. "Avevo paura che se ti avessi detto di Dasha, non saresti mai venuto a Lazarevo." Avrebbe voluto essere più coraggiosa e guardarlo negli occhi, ma non poteva confrontarsi con tanta rabbia. Gli prese la mano e se la mise sulla guancia. Trasse conforto da quel calore e alzò lo sguardo. "Leningrado ci ha quasi uccisi tutti. Pensavo che, se non avessi saputo di lei, forse saresti venuto. E se io fossi tornata in salute, i tuoi sentimenti per me sarebbero rinati..."
"Rinati?" protestò Alexander. "Cosa dici?" Lasciò la mano sulla sua guancia e le appoggiò l'altra sulla schiena. Le sue dita la stringevano, si muovevano sulla sua pelle, avvicinando i loro corpi. "Non vedi..." Non c'era più bisogno di parole. "Tatia, meriterò il tuo perdono, sistemerò tutto. Ma devi permettermelo. Non devi sbattermi la porta in faccia.
"Mi dispiace. Per favore, cerca di capire..." Lo strinse più forte. "Ci sono state troppe bugie, troppi dubbi."
"Guardami. Quali dubbi? Sono qui solo per te."
"Allora, per favore, resta. Resta per me."
Non appena Tatiana lo raggiunse non gli diede tempo di dire altro e lo baciò con passione, le mani perse tra i suoi capelli. "Vieni qui." L'attrasse a sé.
"Oh, Shura, non posso...faremo troppo rumore..." Non riusciva a smettere di baciarlo.
"Non me ne importa niente se domani la notizia uscirà sui giornali. Adesso vieni qui." La sollevò e l'abbracciò stretta. I loro corpi si avvinghiarono l'uno all'altro mentre si baciavano con passione.
"Oh, Dio, Tatia! Quanto mi sei mancata."
"Anche tu", rispose lei accarezzandogli la schiena. "Infinitamente." Era bellissimo toccargli la schiena, le spalle le braccia nude. Lui la strinse a sé, mentre le sue labbra diventavano sempre più esigenti e le sue mani più insistenti. Lei non riusciva a tenere gli occhi aperti, sebbene non volesse perdersi un secondo di lui. Alexander le sollevò il vestito fino alla vita e le toccò la coscia nuda. Lei schiuse involontariamente le gambe e gemette sotto le sue labbra.
Le prese la mano e se la mise sul petto. "Tania, senti il mio cuore? Stenditi su di me." La sua voce era implorante. "Ho bisogno di sentire il tuo seno nudo sul mio petto, il tuo cuore vicino al mio cuore. Solo un secondo. Poi potrai rivestirti."
Tatiana lo fissò nel buio, fissò i suoi occhi scuri e ardenti, la sua bocca umida. Come poteva rifiutarsi? Alzò le braccia e Alexander le sfilò il vestito dalla testa. Cercò di coprirsi il seno, ma lui la fermò. "Tieni giù le mani." Si distese e la pregò: "Vieni, stenditi su di me".
"Non vuoi stenderti tu su di me?" chiese Tatiana con dolcezza.
La tirò a sé. "no, se vuoi che mi fermi."
Gemendo, Tatiana si mise sopra di lui.
"Oh, Tania", disse con voce rotta dalla passione, cingendola con le braccia. "Lo senti?"
"Sì." Il cuore le stava per scoppiare.
Abbassò gli occhi, sopraffatta dall'intensità del suo sguardo. "Guardami."
"Non posso."
Alexander le prese il viso minuscolo tra le sue mani massicce. "Sei... spaventata?"
"Terrorizzata."
"No, per favore, non aver paura di me." Le baciò la bocca con una tale passione, un tale amore che Tatiana sentì divampare il desiderio dentro di sé. Vacillò, perdendo l'equilibrio. "Tatiasha, perché sei così bella? Perché?"
"Sono uno straccio. Tu sei bello."
La abbracciò. "Sei un dono di Dio. Lui ti ha mandata per darmi la fede." Le prese le mani. "Sei un miracolo, lo sai, vero?" Si fermò. "Lui ti ha mandata per redimermi, per confortarmi, per guarirmi... Non posso più controllarmi, desidero così tanto fare l'amore con te..." Si interruppe.
"So che hai paura. Ma, credimi, non ti farei mai del male. Vieni nella tenda con me?"
"Sì."
Lui respirò profondamente. "Chiedimelo." Tatiana sapeva cosa voleva.
Alexander tenne gli occhi bassi. Scuotendo la testa, lei disse: "Guardami, Shura". Lui ubbidì.
Tatiana si inginocchiò di fronte a lui, gli prese il viso tra le mani e gli baciò le labbra: "La risposta è sì... sì... certo che mi sono salvata per te. Io ti appartengo. Che cosa pensavi?"
Gli occhi di lui si riempirono di felicità, di desiderio. "Oh, Tania. Non hai idea... di cosa significhi per me..." "Basta, adesso."
"Avevi ragione", disse emozionato. "Non merito quello che stai per darmi."
"E a chi potrei darlo, se non a te?" Lo abbracciò. "Dove sono le tue mani? Le voglio."
"Gemi, urla forte quanto vuoi. Qui nessuno può sentirti, tranne me. Ho fatto milleseicento chilometri per sentire i tuoi gemiti, Tania."
La fece stendere e mormorò: "Non posso aspettare un secondo di più. Ho bisogno di essere dentro di te, adesso". "Oh, Dio. No, Shura."
"Sì, Tania, sì. Dimmelo. Sì, Shura."
"Sì, Shura."
Si stese su di lei e si strofinò contro le sue cosce. Si baciarono a lungo. "Non riesco a crederci", disse lui quasi senza respiro. "Non pensavo che questo giorno sarebbe mai arrivato. Eppure non potevo immaginare la mia vita senza te, viva, sotto di me. Toccami."
Lei allungò la mano e lo toccò.
"Senti com'è duro..." sussurrò. "Solo per te..."
"Non è possibile. Mi ucciderai." Cominciò ad accarezzarlo dolcemente.
"Lasciami fare. Apri le gambe." Le aprì.
"Di più." La baciò. "Apriti per me, Tania. Coraggio... fallo per me."
Lei obbedì senza smettere di stringerlo.
"Sei pronta?"
"No."
"Sì che lo sei. Lascialo, ora, e mettimi le braccia intorno al collo. Tieniti stretta."
Si spinse dentro di lei, piano piano, poco a poco. Tatiana si aggrappò alle sue braccia, alla sua schiena, alla coperta, all'erba.
"Aspetta, aspetta, per favore..." Lui aspettò più a lungo che poté. Lei si sentì come aveva immaginato: lacerata. Ma provò anche qualcosa di diverso. Un desiderio incontenibile.
"Sono dentro di te", mormorò Alexander. La baciò ed espirò profondamente. "Sono dentro di te, Tatiasha."
Lei gemette debolmente. "Sei davvero dentro di me?"
"Sì." Si sollevò. "Senti." Lo sentì.
La baciò. "E' come se Dio avesse unito la nostra carne... " Fece un respiro profondo. Lui stesso ha detto: saranno una sola carne."
"Tatiana", disse Alexander, con la voce piena d'emozione. "Ti amo."
Lei chiuse gli occhi. "Grazie", sussurrò. Le sollevò il viso. "Non l'ho mai sentito dire da te."
Non può essere vero, pensò lei. Ho ripetuto queste parole ogni minuto di ogni giorno, da quando ci siamo incontrati. "Ti amo, Alexander."
"Dimmelo ancora."
"Ti amo." Lo abbracciò. "Ti amo da morire. Ma neanch'io te l'avevo mai sentito dire."
"Sì, Tatiana. Lo avevi sentito." Lei rimase in silenzio e trattenne il fiato. Passò un minuto interminabile.
"Sai perché lo so?" sussurrò lui.
"Perché?"
"Perché ti sei alzata da quella slitta."
"Da quanto tempo siamo qui?" "Non lo so. Minuti?"
"Dov'è il tuo orologio 'esatto'?"
"Non l'ho portato. Volevo che il tempo si fermasse."
Le sue mani si muovevano avide su di lui. "Cosa mi stai facendo?" sussurrò lui guardandola negli occhi. "Devi smetterla subito." "Cosa stai facendo tu a me!" Premette le dita nella sua schiena. Fecero ancora l'amore, senza mai smettere di baciarsi, e nel momento dell'orgasmo Tatiana lo sentì gemere come se cercasse di non piangere. "Non so proprio come riuscirò a sopravviverti, Tatiana."
"Credi che ci siamo comportati bene con lei? Davanti a lei?" "Abbiamo fatto il possibile. Tu hai fatto del tuo meglio. Lo avevamo forse chiesto? Volevamo forse spezzare il cuore l'uno all'altra, ferire altre persone, innamorarci così? Ho lottato contro i miei sentimenti. Volevo amare tua sorella, Dio la benedica. Ma mi era impossibile." Lei si voltò dall'altra parte e guardò il fuoco, il Kama, la luna piena che splendeva alta nel cielo. "Io ho cercato di non amarti per lei." "Ma era impossibile."
"Sì. Shura... Sei innamorato ... di me?"
"Voltati. Tatia, io ti adoro. Sono follemente innamorato di te. E voglio sposarti."
"Cosa?"
"Sì, Tatiana, vuoi sposarmi? Vuoi essere mia moglie?" Attese un attimo. "Non piangere... e rispondimi."
"Sì, Alexander. Ti sposerò. Sarò tua moglie."
Tatiana si stringeva ad Alexander nelle fredde acque del Kama. "Guarda il sole che sorge sui monti. E' bello, vero?" mormorò. Lui non si curava dell'alba, ma guardava il viso dell'amata e lo accarezzava con una mano, mentre con l'altra la stringeva a sé. "Ho trovato il vero amore sulle rive del Kama."
"Io l'ho trovato in via Saltjkova-Ščedrina, mentre mangiavo il gelato seduta su una panchina."
"Non mi hai trovato. Non mi stavi neanche cercando. Sono io che ti ho trovata."
Lunga pausa. "Tu mi... stavi cercando?"
"Da una vita."
Ma lei non lo aveva mai chiesto per sé. Alexander l'aveva trovata assorta nella sua misera, solitaria vita, e le aveva dimostrato che qualcosa di più grande era possibile. Era stato lui ad attraversare la strada dicendo: sono tuo.
"No, Shura." Gli bagnò il petto di lacrime. "Per favore." Le mise le mani sopra la testa. "Ci sono cose peggiori della morte." Il suo cuore traboccava. Di sua madre curva sul cucito. Delle ultime parole di Marina. Non voglio morire senza provare quello che provi tu. Di Dasha che rideva mentre le faceva le trecce tanto tempo prima. "Cosa?"
"La vita in Unione Sovietica, per dirne una."
"E' anche la tua vita. Preferirei una brutta vita in Unione Sovietica a una bella morte. E tu?"
"Se fosse una vita con te, allora sì."
A volte, mentre Tatiana dormiva rannicchiata contro di lui, immersa in una pace completa, lui la svegliava di colpo. Senza muoversi per fargli capire che era sveglia, lei lo percepiva accanto a sé. Sentiva il suo respiro affannoso, le labbra che le sfioravano i capelli, e desiderava quasi di poter smettere per sempre di respirare.
Alexander la strinse a sé immobilizzandola; il suo corpo sembrava incollato a quello di lei, la ricopriva, la circondava. In un atteggiamento di completo abbandono, Tatiana sentiva che ogni movimento di Alexander era una lotta per l'amore che sentiva per lei, per quell'immenso bisogno di stare con lei. Stretta tra le sue braccia, lei lo baciò alla base del collo. "Oh, Shura, sapessi quanto ho bisogno di te""
"Sono qui, senti come ti sono vicino?" disse con voce spezzata.
"Ti sento, soldato mio", sussurrò lei. "Ti sento."
E subito ebbe la sensazione che un incendio la divorasse. Si morse le labbra per non gridare, ma sapeva che Alexander se ne era accorto. In quel momento, infatti, lui lasciò la presa e si allontanò. Ci siamo, pensò Tatiana, aprendo le braccia. Sta per ricominciare, andrà avanti così per tutta la notte finché riuscirà a dare sfogo alla sua rabbia. Con dolcezza e con violenza mi farà sua, consumerà le sue forze e anche le mie, finché tutti e due non riusciremo a liberarci dai dolorosi rimorsi.
"Prendimi, ti prego... fammi sentire tua. Prendimi come piace a me... sì... come piace a me, Shura..." Si amarono come piaceva a Tatiana. Poi, restarono sotto le coperte, al caldo, a bisbigliare, stanchi e ancora avvinghiati, pronti a lasciarsi vincere dal sonno. Alexander stava per dire qualcosa, ma lei lo interruppe. "Shura, so cosa vuoi dire, lo sento e capisco benissimo. Non c'è bisogno di parole." Si tenevano stretti l'uno all'altra in un abbraccio che era più che un contatto. Era come se, in uno stato di trance e di completo abbandono reciproco, i loro corpi si fossero fusi al calore di una fiamma e forse, nel raffreddarsi, avrebbero potuto trovare un qualche sollievo. Alexander però non era affatto sollevato. Giorno dopo giorno, sentiva che quel calore si mescolava all'inquietudine.
Non parlavano mai della partenza di lui, ma i giorni passavano in fretta, e negli ultimi tempi sembrava addirittura che il tempo volasse senza che potessero far nulla per coglierne ogni attimo. Alexander e Tatiana non parlavano mai del futuro. Non volevano, non potevano parlarne. Non parlavano della guerra, né di ciò che sarebbe avvenuto dopo. Non parlavano del 20 luglio. Alexander riusciva a malapena a parlare con lei del giorno successivo. Era come se entrambi non avessero né passato né futuro. A Lazarevo si limitavano a vivere, semplicemente.
Mentre fumava Alexander sognava lei, come quando alcuni anni addietro aveva sognato l'America. Sognava una vita con lei fatta di semplicità, armonia, quotidianità. Sognava di poterla toccare per sempre, di sentirne l'odore e la voce suadente, di vedere quei suoi capelli color miele, di sentire la sua confortante presenza. Come poteva trovare la forza di voltarle le spalle, sperare che quella creatura fedele e devota lo lasciasse andare? Avrebbe mai potuto perdonarlo se l'avesse lasciata sola, se fosse morto, se l'avesse fatta morire di dolore?
Alexander uscì, deciso a fare una nuotata nelle fredde acque del Kama, nella speranza che tutto il suo dolore, il rimorso, l'amore per Tatiana e tutta la sua vita venissero portati via dalla corrente. La luna era quasi piena, e sotto quella luce diffusa pensò di lasciarsi andare al flusso del fiume, di arrivare fino al Volga per poi sfociare nelle acque del Mar Caspio, dove nessuno l'avrebbe più trovato. Voleva abbandonarsi alla corrente e al dolore, scorrere inesorabilmente, arrivare a non sentire più niente. Tutto ciò cui aspirava in quel momento, era non provare più niente. Niente.
La baciò sul capo, sulle spalle, sui capelli, cercando di entrare sempre più in lei per trovare consolazione nel suo calore. A quel punto, Tatiana si lasciò sfuggire un gemito, gli afferrò la mano. E lui continuava a possederla, incapace di fermarsi. Dopo, rimase dentro di lei. La sentì piangere.
"Tatiasha, mi dispiace tanto di averti detto quelle cose orribili", mormorò. "Era tutto falso, non penso assolutamente ciò che ho detto. Mi credi, vero?"
"Sono cose vere", rispose Tatiana fredda. "Sei un soldato, quelle cose le pensi davvero."
"No, Tania, non le penso, credimi. Sono tuo marito, e questa è la cosa più importante per me." La strinse ancora di più a sé. "Senti come ti sono vicino? Il mio corpo, le mie mani, il mio cuore ti appartengono. Era tutto falso."
"Giura che resterai qui ad aspettarmi. Giura che farai la brava moglie e aspetterai tuo marito fino al suo ritorno." "Va bene, giuro che ti aspetterò qui."
Poco dopo, Tatiana aggiunse: "Sarà una lunga attesa, ma ti aspetterò qui a Lazarevo da sola".
"Sola ma al sicuro."
Per Alexander descrivere i tre giorni che seguirono sarebbe stato impossibile. Spesso sopraffatti dalla disperazione e da un'ostilità scatenata dall'imminente separazione, lui e Tatiana litigavano, poi si rifugiavano l'uno nell'altra senza riuscire a consolarsi e a trovare pace.
Giunsero sulla strada; il sole splendeva alto nel cielo, l'odore dei pini era inebriante e il bosco era immerso nel silenzio. Per un attimo, restarono l'una di fronte all'altro senza alzare lo sguardo da terra, Tatiana col suo vestito giallo e i piedi nudi, Alexander in uniforme, il fucile in spalla.
Lei sollevò una mano e l'appoggiò sul petto di lui, sul cuore. "Devi vivere per me, capito soldato?" Le lacrime le scorrevano sul volto.
Lui le prese la mano su cui portava la fede e se la portò alle labbra. Non riusciva a parlare, neanche a pronunciare il nome della moglie. Tremante per l'emozione, Tatiana gli accarezzò il viso. "Andrà tutto bene, amore. Vedrai che andrà tutto bene."
"Voltati e torna a casa. Non stare qui a guardarmi, altrimenti non riuscirò ad andarmene."
Tatiana si voltò. "Vai, non ti guardo."
Alexander non voleva più starle troppo vicino. "Ti prego, così non ci riesco. Torna a casa, ti prego."
"Non voglio lasciarti andare, Shura."
"Lo so, neanch'io vorrei farlo, ma è necessario. Sapere che qui sei al sicuro è l'unica cosa che può aiutarmi a restare vivo. Tornerò da te, ma tu devi stare qui, al sicuro." Dopo un momento di esitazione, aggiunse: "Ora devo proprio andare. Forza, alza gli occhi e fammi un sorriso."
Tatiana si voltò verso di lui con il volto rigato dalle lacrime e gli sorrise.
Per un istante interminabile, restarono a guardarsi negli occhi.
"Perché mi guardi così?"
"Sto guardando tutte le mie cassa che vengono portate via dal palazzo d'Inverno."
"Devi avere un po' più di fiducia." Alexander si portò la mano tremante alla tempia, poi alle labbra e al cuore.
Se mi accadesse qualcosa, Tatia, non preoccuparti del mio corpo. La mia anima non si riunirà al corpo, né raggiungerà Dio. Volerà subito verso di te, a Lazarevo. Io non voglio stare tragli eroi, né tra i principi, ma solo accanto alla regina del lago Ilmen.
"Ti prego, Shura, dimmi cosa vedi nei miei occhi". Alexander strinse i denti, cercando di soffocare la rabbia.
"Guarda tu nei miei occhi, e dimmi cosa provo! Me lo avevi promesso, ricordi? Mi avevi dato la tua parola!" Tatiana non aveva certo dimenticato la promessa. Guardò il volto del suo amato e si sentì debole, sopraffatta dalla voglia di stare con lui. Negli occhi di Alexander leggeva il bisogno di lei, più intenso che mai, ma quel sentimento era offuscato dall'ira.
"Tesoro, guardami: sono tua moglie." Stava per piangere. Aprì le braccia. "Shura, ti prego..."
Non le rispondeva. Tatiana si tolse le scarpe e si avvicinò a lui, accanto alla finestra. Si sentiva vulnerabile come non mai, nella sua uniforme bianca in piedi davanti a quell'uomo che indossava cappotto e stivali neri e la fissava con occhi torvi. "Ti prego, non litighiamo. Sono troppo felice di rivederti, e voglio soltanto..." Si fece forza per non abbassare lo sguardo e continuò: "Shura, per favore, non respingermi".
Lui si voltò dalla parte opposta. Tatiana si sbottonò l'uniforme bianca e gli prese la mano. "In una lettera, mi scrivesti di baciare la mano e di appoggiarla sul cuore", sussurrò. Gli baciò la mano e se la posò sul seno. Quella stessa mano, grande e forte, l'aveva presa in braccio e accarezzata tante volte.
Tatiana non espresse le sue angosce ad Alexander, e anche lui riuscì a controllarsi. Quella lunga notte di novembre a Leningrado era troppo breve per contenere tutte le loro sofferenze, troppo breve per quello che provavano, troppo breve per loro due insieme. Alexander voleva sentirla gridare e lei lo faceva, senza preoccuparsi di Inga e Stan a pochi centimetri da loro. Rischiarati dalla flebile luce della buržuika aperta, lei si lasciava amare da Alexander, remissiva, avvinghiata al suo corpo, incapace di trattenere i gemiti acuti ogni volta che veniva o venivano insieme. Faceva l'amore con lui con lo stesso trasporto con cui una piccola allodola vola per l'ultima volta a sud, consapevole del fatto che troverà un posto caldo in cui vivere oppure perderà la vita.
Fecero l'amore, lei si inginiocchiò sopra di lui, lo supplicò di prenderla con tutte le forze, di salvarla, di ucciderla. Da lui voleva tutto e niente, voleva solo restituirgli la vita. Dopo pianse di nuovo. Aveva esaurito tutte le forze e respirava con affanno senza poter trattenere le lacrime. "Non piangere", mormorò Alexander. "Cosa deve pensare un uomo se sua moglie scoppia in lacrime ogni volta che fanno l'amore?"
"Che lui è tutto ciò che ha, è tutta la sua vita."
"Anche tu sei tutta la mia vita, eppure non mi vedi mai piangere." Mentre diceva queste parole, Alexander si era girato, così lei non poté vederlo in faccia.
"Guardami, Shura. Sei circondato dalle tenebre", sussurrò. "Ma io sono qui." Lui la guardò.
"Mi vedi?" gli domandò.
"Sì", rispose lui, poi si lasciò cadere a terra. Tatiana restò a guardarlo per un istante; si mise in ginocchio davanti a lui. Alexander le prese il volto tra le grandi mani.
"Tesoro, tu sei mio marito. Non devi avere paura di ascoltare le mie parole. Guardami." Non lo fece,
"Shura!" strinse i pugni e si fece coraggio. "Credi davvero che la morte sia l'unica possibilità che ti resta? Ricordi cosa ti dissi a Lazarevo? Non puoi averlo dimenticato. Io non riesco a sopportare l'idea che tu muoia; farò qualsiasi cosa per impedirlo. Qui non hai nessuna possibilità: i tedeschi o i comunisti finiranno per ucciderti. E' questo il loro unico obbiettivo. Se tu morirai in guerra, io rimarrò da sola e continuerò a soffrire qui, in Russia, senza di te. E tu lo sai. Il tuo più grande gesto di eroismo finirebbe per trasformare la mia vita in un inferno." Prese fiato e strinse i denti per continuare. "Volevi che fossi io a mandarti via? Ebbene, vai. Scappa. Va' in America e non tornare mai più." Fermati. Respira. Respira ancora. Non riuscì a trattenere le lacrime, ma pensò di essere stata abbastanza convincente.
Per un attimo lui la fissò con uno sguardo folgorante. "Sei impazzita? Voglio che tu la smetta di dire sciocchezze. Puoi fare almeno questo per me?"
"Shura, non avrei mai immaginato di poter amare qualcuno così! Darei la mia vita per te. Ti prego, fallo per me: fuggi. Torna nella tua patria, e non pensare mai più a me."
"Tania, smettila, so benissimo che non pensi affatto ciò che dici."
"Non credi che preferisca saperti vivo in America piuttosto che morto in Unione Sovietica? Shura, questa è l'unica soluzione, e tu lo sai benissimo. Io so quello che farei se fossi in te."
"Tania... C'è stato soltanto un momento, un unico momento per noi due, un istante nel quale un'altra vita era ancora possibile. Hai capito a cosa mi riferisco?"
'Tatiana alzò lo sguardo dal gelato che stava mangiando, e vide un soldato che la fissava, fermo dall'altra parte della strada'
"Ricordo quel momento", sussurrò.
"Ti penti del fatto che io abbia attraversato la strada quel giorno?"
"No, Shura", rispose. "Prima di incontrarti, non avevo mai neanche immaginato una vita diversa da quella a casa con i miei genitori, i nonni, Dasha e Pasha. Non esisteva altro, per me."
Gli sorrise. "Non sognavo che ci fosse al mondo qualcuno come te nemmeno quand'ero ancora bambina e andavamo a Luga. In un solo istante mi hai fatto capire quanto sia bella la vita..." Lo guardò dritto negli occhi. "Io, invece, cosa ti ho fatto capire?"
"Che Dio esiste", sussurrò Alexander.
Tatiana infilò la mano sotto la coperta e intecciò le piccole dita alle sue. "Se fossi più forte e più grossa, come te", disse dolcemente, "Ti avrei sollevato e portato via da sola." Lui le strinse più forte la mano. "Non farmi arrabbiare, eh? Sono troppo felice di vedere il tuo viso incantevole. Per favore, baciami."
"No, Shura, devi ascoltarmi..."
"Perché sei così straordinaria? Perché infondi felicità? Non sei mai stata così bella."
"Neanche a Lazarevo?"
"Smettila o mi farai piangere. Sembra che tu risplenda."
"Tu sei vivo e io sono in estasi."
"Tatia..." "Ina non sa tenere il becco chiuso. Le ho detto di non turbare i miei pazienti. Non volevo che ti preoccupassi, ma lei non ha saputo resistere."
"Io non ti merito."
"Credi che ti avrei lasciato morire quando sapevo che eravamo destinati ad uscire da qui? Ci eravamo così vicini... non potevo perderti."
"Io non ti merito", ripeté.
"Hai dimenticato Luga? Dio, hai dimenticato Leningrado? La nostra Lazarevo? Io no. La mia vita appartiene a te."
"Tatiana", disse Alexander con trasporto. "E' la guerra. tutto intorno a noi è la guerra." Non riusciva a guardarla. "In guerra gli uomini muoiono." Per quanto cercasse di essere forte, lei non riuscì a trattenere una lacrima. "Ti prego, non morire. Non potrei seppellirti. Ho già seppellito tutti gli altri." "Come posso morire", ansimò Alexander con voce rotta, "ora che hai versato il tuo sangue immortale dentro di me?"
Tatiana si avvicinò e gli accostò il viso lentigginoso. Si guardò intorno, vide che il dottor Sayers li guardava. "Dio, quanto vorrei baciarti. Non ce la faccio ad aspettare di uscire di qui."
"Baciami lo stesso."
"Davvero?"
"Davvero."
Tatiana si chinò, baciò con dolcezza le labbra di Alexander e premette la guancia contro la sua. Lo guardò con gli occhi che le brillavano, batté le palpebre tre volte e gli fece il saluto.
"Dormi bene, maggiore, ci vediamo."
"Ci vediamo, Tatia."
No! Avrebbe voluto gridare. No, Tania, per favore, ritorna.
Cosa posso dire, quale parola posso lasciare con lei, per lei.
Quale unica parola per mia moglie?
"Tatiasha..." la richiamò. Dio, qual era il nome del conservatore...
Lei lo guardò.
"Ricorda Orbeli..."
"Tatiana!" Sussurrò lui. "Non temerai i terrori della notte, né la freccia che vola di giorno, la peste che vaga nelle tenebre, lo sterminio che devasta a mezzogiorno. Mille cadranno al tuo fianco, diecimila alla tua destra; ma nulla ti potrà colpire." Si fece il segno della croce, si mise a braccia conserte, e aspettò. Ripensò alle ultime parole di suo padre. Papà, ho visto le cose per le quali ho dato la vita distrutte, ma come farò a sapere se le ho ricostruite con i miei arnesi ormai logori?
Addio, mia canzone sotto la luna e mio respiro, mie notti bianche e giorni d'oro, mia acqua fresca e mio fuoco. Addio. Che tu possa trovare conforto e una vita migliore e, quando l'alba occidentale illuminerà ancora una volta il tuo viso adorato, sii certa che quello che ho sentito per te non è stato invano. Addio... e abbi fede, mia dolce Tatiana.
"Ha riportato indietro suo figlio", sussurrò. Stepanov abbassò gli occhi. "Sì."
"E adesso chi mi riporterà indietro lui?" Il vento freddo si portò via quelle parole.
Come posso muovermi, come faccio a muovermi? Posso camminare sulle ginocchia, strisciare... No: devo camminare, devo guardare per terra e andare via, senza inciampare.
Inciamperò.
Cadde nella neve e il colonnello l'aiutò a rialzarisi. Si chiuse nel cappotto senza più guardare Stepanov e percorse barcollando la strada che portava all'ospedale, appoggiandosi ai muri degli edifici.
Nasconderlo alla sua vita, nasconderlo ogni istante, nasconderlo a Dasha, a Dimitri, alla morte, e ora nasconderlo anche a se stessa. Era troppo debole.
Seduta vicino a lui, sussurrava: "Voglio che tu senta la mia forza attraverso il dolore. Sono seduta qui vicino a te per infonderti il mio amore, goccia a goccia, e spero che tu mi senta e che sollevi la testa e mi sorrida ancora una volta. Riesci a sentirmi, Shura? Senti la mia presenza vitale vicino a te? Senti la mia mano sul tuo cuore che batte? La mia mano che ti dice che credo in te, credo nella tua vita eterna, credo che vivrai e avrai ali per volare sopra la morte e quando aprirai gli occhi io sarò qui. Sono qui, Alexander. Senti la mia presenza e resta vivo." Alexander aveva sconfitto la morte.
Soldato, lascia che ti accarezzi il viso e baci le tue labbra, lasciami urlare attraverso i mari e sussurrare attraverso i prati ghiacciati della Russia quello che sento per te... Luga, Ladoga, Leningrado, Lazarevo... Alexander, un tempo tu mi hai portata e ora io porto te. Nella mia eternità, ora io porto te.
Attraverso la Finlandia, attraverso la Svezia, fino in America con le mani tese, mi ergerò e mi farò avanti, destriero nero che galoppa senza cavaliere nella notte. Il tuo cuore, il tuo fucile, mi conforteranno, saranno la mia culla, la mia tomba.
Lazarevo stilla il tuo essere nel mio cuore, goccia d'alba al chiaro di luna, goccia del fiume Kama. Quando mi cerchi, cercami là, perché là sarò tutti i giorni della mia vita.
"Shura, non posso sopportare il pensiero che tu possa morire", gli disse Tatiana mentre erano sdraiati sulle coperte dopo aver fatto l'amore vicino al fuoco, nel mattino coperto di rugiada. "Non posso sopportare l'idea che tu smetta di respirare in questo mondo."
"Nemmeno io vado pazzo per quest'idea", disse Alexander e le sorrise. "Non morirò. L'hai detto tu. Tu stessa hai detto che sono nato per fare grandi cose."
"Sei davvero nato per fare grandi cose", ripeté lei, "Ma sarà meglio che tu resti vivo per me, soldato, perché io non posso andare avanti senza di te."
Quelle erano le parole che gli disse, con gli occhi fissi sul suo volto e le mani appoggiate sul suo cuore. Lui si piegò e le baciò le lentiggini. "Non puoi andare avanti, mia regina della ruota del lago Ilmen?" Scosse la testa sorridendo. "Troverai un modo per vivere senza di me. Troverai un modo per vivere la vita di entrambi", le disse davanti al fiume Kama che scorreva dai monti Urali verso un piccolo villaggio nei boschi di pini chiamato Lazarevo, un tempo, quando erano innamorati, quando erano giovani.
Tatiana & Alexander (Tatiana and Alexander)
Mentre uscivano Alexander si girò e carpiì la propria immagine riflessa nello specchio per l'ultima volta. Non voglio dimenticare questo ragazzo, pensò, nel caso in cui dovessi tornare da lui.
"E' che non voglio. Tu non mi ascolti sulle questioni più importanti..."
"Non sono queste le cose più importanti", dice Tatiana. Si inginocchia davanti a lui e gli prende le mani.
"Se la polizia politica verrà a prendermi saprò che te ne sei andato e sarò felice di farmi mettere al muro." Gli stringe forte le mani. "Starò davanti al muro dei condannati come tua moglie e non mi pentirò mai nemmeno di un secondo passato con te. Lascia che mi goda questi momenti. Lasciami sentire il tuo odore un'ultima volta, lasciati baciare", dice. "Gioca con me, anche se non è bello sdraiarsi su un letto in questa città fredda. Fai il miracolo per me e distenditi. Dimmi quello che devo fare e lo farò."
Alexander la tira per le mani. "Vieni qui." Apre le braccia.
"Siediti sopra di me."
Tatiana obbedisce.
"Ora mettimi le mani sulla faccia."
Obbedisce.
"Metti le mani sui miei occhi e baciali."
Obbedisce.
"Baciami la fronte."
Obbedisce.
"Baciami le labbra."
Obbedisce e continua a obbedire.
"Tania..."
"Ssst."
"Non vedi che mi stai distruggendo?"
"Ah", dice lei, "Allora eri ancora intero."
La sentiva vicina. Poteva quasi allungare la mano sullo zaino e toccare il vestito, vederla, con il vestito bianco a rose rosse, i capelli lunghi sciolti, i denti brillanti. Era molto vicina. E aveva bisogno di lui. Come avrebbe potuto affrontare la situazione senza di lui? Come avrebbe potuto affrontare l'idea di averlo perso? Doveva pensare a qualcos'altro. Presto non avrebbe più dovuto farlo.
Quando se ne fu andato Tatiana aprì il libro e si sedette di nuovo alla finestra, a guardare il porto di New York e la statua della Libertà. Sfiorò la fotografia di Alexander che custodiva tra le pagine; senza guardare toccò il viso e il corpo in uniforme e bisbligliò alcune parole in russo per dare conforto non ad Alexander, né al bambino, ma a se stessa. Shura, Shura, Shura, sussurò Jane Barrington, che una volta era stata Tatiana Metanova.
Immaginava... Tania in piedi davanti a lui, la testa appoggiata sul petto nudo che gli ascoltava il cuore e poi sollevava lo sguardo e sorrideva. Era in punta di piedi e si aggrappava alle sue braccia per raggiungere il collo e sollevare il capo verso di lui. Tepore. Non esistevano né mattina né notte. Non c'erano né chiarore né luce. Non aveva nulla con cui misurare il tempo. Le immagini di lei erano continue e non riusciva a quantificare le ore passate pensando a lei. Provò a contare e si trovò a ondeggiare per la stanchezza. Doveva dormire. Sonno o freddo? Sonno o freddo? Sonno. Si raggomitolò nell'angolo senza riuscire a controllare i brividi, nel tentativo di sottrarsi alla sofferenza. Era il giorno successivo? La notte successiva o cosa? Vogliono farmi morire di fame e di sete. Poi mi picchieranno a morte. Ma prima mi congeleranno i piedi e poi le gambe e le viscere diventeranno ghiaccio. E anche il sangue e il cuore, e dimenticherò.
Avrebbe voluto avere almeno una fotografia di lei. Toccare il vestito bianco a rose rosse un'ultima volta. Vederla giovane e con lui, novelli sposi sulle scale della chiesa di Moltov. La paura che provava assomigliava molto al dispiacere ed era talmente acuta da impedirgli di pensare a Tania, in piedi di fianco a lui, stretta forte a lui. Il corpo,il viso, gli occhi, le labbra di lei gli erano insopportabili, anche solo nella memoria. Era quello che doveva imparare a fare: evitare di guardarla, fuggire il suo ricordo. Non riusciva a respirare né a parlare.
"L'ha vista?" sollevò lo sguardo verso Stepanov, che annuì. "Come stava?"
"Non chiedermelo, Alexander."
"Era..."
"Non chiedermelo."
"Me lo dica."
"Ricordi quando mi hai portato mio figlio?" chiese Stepanov, cercando di mantenere la voce salda. Alexander distolse lo sguardo. "Grazie a te ho avuto conforto. Ho potuto vederlo prima che morisse, ho potuto seppellirlo."
"D'accordo, non aggiunga altro", disse Alexander.
"Chi avrebbe potuto dare conforto a tua moglie?"
Il prigioniero si coprì il volto con le mani. Stepanov uscì. Alexander rimase seduto immobile sul pavimento per un minuto, o per un giorno, o per un anno. Non aveva bisogno di morfina. Né di droghe o di barbiturici. Aveva bisogno di una pallottola nel petto.
Alexander fissò la canna di uno dei due fucili... Batté le palpebre. Oh, Dio, ti prego, proteggi Tania, tutta sola nel mondo.
"Al tre", disse il capolare, mentre caricavano.
"Uno..."
"Due..."
Alexander li guardò in faccia. I soldati erano spaventati. Poi si guardò nel cuore. Non aveva paura. Aveva solo freddo e la sensazione di avere degli affari in sospeso sulla Terra, che non potevano aspettare in eterno. Al posto dei due caporali tremanti Alexander vide la sua faccia di undicenne riflessa nello specchio della camera di Boston, il giorno in cui aveva lasciato l'America. Che tipo di uomo sono diventato? pensò. Sono l'uomo che mio padre avrebbe voluto? Serrò le labbra con aria risoluta. Non lo sapeva. Ma sapeva di essere diventato l'uomo che voleva essere. Era già una cosa buona in tempi come quelli. Non ho deluso me stesso, pensò, raddrizzando le spalle e sollevando il mento. Era pronto per il 'tre'. Ma il 'tre' non arrivò.
La mia infanzia è stata bella, pensò. E l'adolescenza... avrei potuto superarla. Avrei potuto affrontarla se solo avessi continuato a credere che dopo l'infanzia, dopo l'adolescenza, ci sarebbe stato qualcos'altro di mio nella vita, qualcosa che avrei potuto fare con le mie stesse mani, e alla fine avrei potuto dire: ecco cosa ne ho fatto della mia vita. L'ho plasmata in questo modo. Speranza. In quella fredda domenica di sole Alexander sentiva di non avere più alcuno scopo. La sensazione che provava un tempo era svanita, sconfitta.
Avrebbe voluto sentirli camminare lungo i corridoi di Ellis, sempre con lei, fantasmi silenziosi al suo fianco, impotenti davanti al fantasma di lui che urlava, sempre presente. Durante il giorno portava con sé il bambino mentre bendava e dava da mangiare ai feriti e lasciava le sue stesse ferite dolenti per la notte, quando le leccava e le curava ricordando i pini e i pesci e il fiume e l'ascia e la legna e il fuoco e i mirtilli e l'odore del fumo di sigaretta e le risate sonore di una voce maschile.
A migliaia di chilometri di distanza c'era la guerra. A migliaia di chilometri da lì c'era il fiume Kama, le montagne degli Urali che avevano visto tutto e sapevano tutto. E le galassie. Anche loro sapevano. Inclinavano i loro raggi che risplendevano attraverso la finestra di Tatiana a Ellis Island e le sussurravano di tenere duro. Lascia piangere noi. Tu vivi. Gli echi le parlavano, i corridoi avevano un'aria familiare, le lenzuola bianche, l'odore del sale, la parte posteriore dei vestiti della Statua della Libertà, l'aria della notte, le luci che scintillavano al di là della baia di una città di sogni. Tatiana viveva già in un'isola di sogni, e New York non poteva darle ciò di cui aveva bisogno.
"Lo sapevi che le stelle gialle di Perseo possono essere vicine all'implosione, ma le stelle azzurre, quelle più grandi e più luminose..." "Sono chiamate nova." "Sì, brillano, poi la loro luce aumenta, esplodono e sbiadiscono. Guarda quante stelle blu ci sono intorno al sorriso, Tatia."
"Le vedo."
"Senti i venti stellari?"
"Sento un fruscio."
"Senti i venti stellari che portano un sussurro nei cieli, direttamente dall'antichità... nell'eternità..."
"E cosa dicono?"
"Tatiana... Tatiana... Ta...tiana..."
"Basta, ti prego."
"Lo ricorderai? Dovunque tu sarai, se guarderai il cielo e troverai Perseo, troverai quel sorriso e sentirai il vento delle galassie che sussurra il tuo nome, saprai che sono io che ti chiamo... Che ti riporto a Lazarevo." Tatiana strofina il viso sul braccio di Alexander e dice: "Non potrai chiamarmi indietro, soldato. Non lascerò mai questo posto."
Sentì un altro suono, come la voce di qualcuno che cantava. Era quasi un sussurro. Alexander guardò lungo la strada e non vide nessuno. Poi notò una cascata di capelli sottili, lunghi e biondi che coprivano il viso di una ragazza. Portava un vestito bianco con delle rose rosse. Sedeva su una panchina sotto il baldacchino verde formato dai rami degli alberi come un turbine candido, con i capelli d'oro, il vestito bianco, le rose color del sangue. Mangiava un gelato e canticchiava soprappensiero. Alexander riconobbe il motivetto. Cantava Un giorno ci incontreremo a Lvov, io e il mio amore, una canzone molto in voga in quel momento. In qualche modo riusciva a cantare, leccare il gelato e dondolare le gambe nude con i piedi chiusi in un paio di saldali rossi e a spostarsi i capelli che le ricadevano sul viso. Tutto allo stesso tempo. Sembrava assolutamente incurante di Alexander che la fissava dall'altra parte della strada, ma anche della guerra, del mondo e di tutte le cose che quella domenica animavano gli abitanti di Leningrado. Lei era lì, sola con se stessa e i suoi capelli lucenti, quel vestito meraviglioso e il gelato e la voce delicata. Stava in un mondo che Alexander non aveva mai conosciuto, nuotava sulla luna, in un mare di tranquillità. Non riuscì a spostarsi dal punto del marciapiede in cui si trovava.
Lei non si accorse di nulla per un minuto buono. E per tutto quel tempo Alexander restò a osservarla, prima che lei sollevasse lo sguardo. Si gustava quel gelato con incorregibile e gioiosa determinazione. Lo spettacolo di quella ragazzina che leccava il gelato e ne succhiava la punta con la bocca aperta spalancò una voragine nello stomaco di Alexander. Dovette fermarsi a riprendere fiato, come se all'improvviso non ci fosse ossigeno a sufficienza in quella via della città.
Alexander non si mosse e continuò a osservarla. Osservò lo sguardo della giovane che si spostava lentamente dai suoi stivali, ai pantaloni, alla giubba, per poi scrutare la medaglia, le spalline, il collo, le labbra e infine gli occhi, sui quali si soffermò. I loro sguardi rimasero intrecciati per alcuni secondi stabilendo un contatto di bizzarra familiarità. Poi lei arrossì e si voltò. Un legame.
Lei rise di gusto, a bocca aperta. Forse era colpa del vestito, che gli stava dando alla testa. Schiarendosi la voce e cercando di non sembrare scortese Alexander chiese: "Dove scendi?" Non se ne sarebbe andato senza prima averla accompagnata a casa, senza averle chiesto il permesso di vederla ancora, senza averla fatta ridere per altre dieci volte, senza averle fatto dire chi era e da dove veniva. Chi sei? avrebbe voluto chiederle mentre l'autobus attraversava il fiume Neva. Come ho fatto a trovarti proprio mentre eri su quella panchina ad aspettarmi?
Non riusciva a smettere di pensare a lei. Era quello il problema. Non si soffermava sui particolari: i capelli o gli occhi o il corpo. Pensava a lei nell'insieme, come un'entità che lo incantava e che non riusciva ad allontanare; una persona completa, umana, sincera e reale. Cosa avrebbe fatto? Lei non era un'illusione. Si sarebbe allontanato da lei per farla diventare un altro dei fantasmi che popolavano la sua vita, come suo padre, sua madre, l'America?
In quella notte di Natale non riusciva a trovare consolazione, né nelle candele accese nelle chiese, nella cena festosa, nella preghiera, nel sonno , né in Vikki. Mentre allattava, lacrime salate caddero sul viso del piccolo. Non le asciugò. E in quelle lacrime, nel latte e nel suo cuore solo una parola risuonava senza sosta: Alexander.
Alexander voleva spiegarle che significato avesse avuto il loro incontro per lui. Voleva che lei sapesse che era rinato a nuova vita nel suo viso, nel suo vestito a fiori, nel suo sorriso. Che quel nuovo essere aveva fondamenta che portavano il nome di Tatiana e aveva un nuovo cielo e un nuovo orizzonte, un nuovo oceano, una nuova speranza, un nuovo sogno.
Ad Alexander la guerra sembrava una cosa distante; ogni sera andava alla Kirov per vedere quegli occhi e le labbra appena dischiuse in un sorriso stupito, le gote in fiamme, le lentiggini. Percepiva la sua empatia. La sentiva sulla pelle.
Non riusciva a starle lontano. Aveva bisogno di Tatiana come del sapone sul corpo la mattina; aveva bisogno di vedere il suo volto, di sentirne la risata, il corpo esile che si appoggiava a lui quando prendevano il tram. Alexander non precipitava più.
Era atterrato sulla terra di Tatiana. Una terra piena di sorgenti, fontane, pozze di limpida acqua estiva. La terra in cui si perdeva ogni sera mentre aspettava che lei accantonasse il resto della sua imperturbabile vita.
La amava. Quando se ne rese conto? Forse già quel primo giorno in cui avevano attraversato il Campo di Marte, lei scalza, con i sandali rossi in mano. Forse quando aveva pronunciato quell'enfatico "No!" nel momento in cui le aveva annunciato che avrebbe lasciato la sorella. O forse quando rideva sul tram, incurante di chi la poteva sentire, o mentre camminavano lungo una strada deserta, diretti verso casa di lei.
' "Ti andrebbe un gelato, Tania?"
"Sì, grazie!" aveva esclamato lei raggiante.'
Forse allora.
Di certo nella sera al Giardino d'Estate, nella notte bianca trascorsa sotto l'olmo, con il caviale, la cioccolata, la vodka e la sua timidezza. Quando Alexander aveva consegnato nelle sue mani il denaro e la sua stessa vita senza che lei lo sapesse, quando aveva riversato la sua anima dentro di lei e le aveva dato il libro che gli avrebbe garantito la libertà. In quel momento se ne rese conto.
Alexander e Tania erano sdraiati nella tenda; non avrebbero voluto essere in nessun altro posto e lo sapevano entrambi. Nonostante l'esercito di Hitler a poche centinaia di metri da lì, nonostante le costole e la gamba rotte di Tatiana, nonostante lo spirito a pezzi, nonostante la perdita di Pasha. E la mattina seguente, soli nei boschi sotto le bombe, mentre le faceva scudo con il proprio corpo, Alexander non riuscì a trattenersi e la baciò. Sarebbero potuti morire in quei boschi, attaccati dai tedeschi. Quasi lo avrebbe preferito al pensiero di ciò che li attendeva: la disperazione, l'inganno, Dasha, Dimitri, la guerra. Alexander desiderò di poter rimanere per sempre giovane, sotto quegli alberi in fiamme. In nessun altro luogo se non a Luga con Tatiana. In nessun altro luogo se non a Luga con Alexander.
Alexander bramava le labbra che aveva incontrato a Luga. La baciò.
Tatiana non solo ricambiò il bacio ma liberò le mani ancora strette tra quelle di lui e lo abbracciò con trasporto, premendo le labbra sulle sue e l'intero corpo contro l'uniforme. Alexander stringeva quel corpo esile tra le braccia. Si baciarono avidamente, ubriachi, disperati.
Lui le accarezzò la pelle vellutata della schiena e sciolse i lacci della camicia da notte. Se glielo avesse impedito avrebbe smesso immediatamente, ma Tatiana non lo fece. Premette il corpo con maggior forza contro il suo e lo baciò ancora.
Quanto sarebbero potute continuare le cose in quel modo? Andare a casa delle ragazze tutte le sere solo per vedere il suo viso dolce, la testa bionda china sul piatto, le mani candide che stringevano la tazza del tè, gli occhi che non si sollevavano mai su di lei?
Ma a volte Tatiana, dalla parte opposta della stanza, trovava il coraggio di guardarlo e di lasciare che lui la penetrasse nell'anima. Dov'erano i giorni alla Kirov, le serate passate insieme, gli infiniti discorsi, i giorni in cui non si sentiva ferita o preoccupata o credeva di non poter appartenere a nessun altro? In quelle tre settimane in cui Alexander era andato a prenderla all'uscita dal lavoro, lei apparteneva solo a lui, perché erano soli.
La stanzetta, i letti, le porte aperte, i vicini ficcanaso, la famiglia oppressiva sempre pronta a criticarla, e Dimitri e Dasha: in quei giorni lontani tutto quello non esisteva. C'erano solo loro, persi nelle notti bianche.
Tatiana gli teneva le mani intorno al collo. Le labbra appoggiate alla gola. "Mio Dio, Alexander", ansimò, "devi aiutarmi. Io non riesco a sopportare tutto questo."
"Non posso", le rispose. "Non ce la faccio neppure io."
Alexander si sentiva un uomo finito. A ventitré anni. Non aveva più fiato. La baciò, sopraffatto da un esserino così delicato. Lei l'aveva battezzato con il suo stesso corpo. Il vecchio Alexander non esisteva più. Era morto e rinato dentro quel cuore perfetto, dentro un'anima pura donatagli direttamente da Dio. A lui e per lui.
Durante la guerra aveva capito meglio di chiunque altro quanto fosse fragile la vita. Tatiana era sopravvissuta alla fame, aveva attraversato il Volga tra le tormente di neve, era entrata nella tenda di Alexander per mostrargli che nella sua vita c'era qualcosa di duraturo. C'era un filo che non poteva essere spezzato dalla morte, dal tempo, dalla distanza, dal dolore, dalla guerra o dal comunismo. Non si poteva spezzare, gli diceva Tatiana. Finché io sarò viva, gli sussurrava tra le labbra, anche tu lo sarai, soldato. Ci credeva. Si sposarono davanti a Dio.
Cara Tania. Sono così felice, ma non sono mai stato così triste in vita mia. Riesci a capirlo? Tu, con la tua gioia, riesci a capire il fardello che porti sulle spalle? Quanto sono pesante e quanto il mio dolore ti abbatterà? No, tu sei fatta di fili di ragnatela e niente può pesare su di te, neppure io. Tu galleggi sopra di me e sotto di me. Tu galleggi e io affondo... nella paura, nella mia follia, nella mia terribile debolezza.
Sentì la stretta delle sue mani e del suo bisogno. Ancora qualche istante e sarebbe stato investito dalla sua ondata di sollievo. Ebbe appena il tempo di penetrarla. Mancavano solo otto giornio. Il corpo di Alexander urlava, la sua gola urlava. Era fuori di testa per il dolore e per l'amore che provava. La sua era una missione suicida. Voleva che Tatiana smettesse di amarlo prima della partenza. Voleva che fosse contenta di vederlo partire. Voleva renderle più semplice il cambiamento.
Non riusciva a guardarla. Tatiana si tolse la camicia e rimase davanti a lui, nuda, con i capezzoli turgidi, il viso pieno d'amore e le labbra umide. Dimenticarono il tè, dimenticarono le sigarette, dimenticarono la rabbia e tutto il resto e per tutta la notte si cercarono, gemettero, sussurrarono e dimenticarono. Non c'era nient'altro nella capanna. Solo Shura e Tatiana che si adoravano e imploravano il Dio che li aveva creati di regalare loro altri momenti di muto amore come quelli. Alexander la possedette contro la parete e in ginocchio sul duro pavimento, sul bancone che aveva costruito e sul letto; con delicatezza e con violenza; lento e veloce. Ma alla fine il cuore era a pezzi comunque.
Tempo, fermati, ferma la tua inesorabile persecuzione, lasciami essere giovane ancora, lasciami essere giovane per un altro interminabile istante qui a Lazarevo con lei; concedimelo, per un altro istante; smetti di aggredire questi secondi della mia vita, fermati. "Mi ami più di quanto io non meriti", sussurrò Alexander. "Ti sbagli", disse Tatiana. "Io non ti amo abbastanza." Cominciò a piangere. "Non lo vedi? Non riesco ad amarti abbastanza da impedire al resto della vita di portarti via. E' l'unica cosa che voglio: allontanare la morte da te."
Per un minuto giacquero in silenzio uno appiccicato all'altra ad ascoltare i propri respiri. Con un sospiro Alexander si sollevò e cercò di girarla. Lei lo fermò. "No."
"No cosa? Non vuoi girarti?"
"Non mi giro. Vieni tu sopra. Voglio vederti in faccia."
"No, Tatiana."
"So che è quello che tu non vuoi, ma è quello di cui io ho bisogno." Alexander fece leva sulle braccia e si abbassò su di Tatiana, senza guardarla. Sentì il corpo di lei che si contorceva.
"Tatiana, non puoi piangere. Avevamo fatto un patto, te lo ricordi? Non posso sopportarlo."
"Sto piangendo?" disse lei. "Io non sto piangendo."
"Sul serio", continuò Alexander. "Non posso farlo. Ho bisogno che tu..."
"Sai cosa ti dico? Tutte le cose che tu vuoi che io sia, adesso non funzionano. Sarò quello che riuscirò a essere." Stava piangendo.
Tatiana era risoluta come non mai. Innamorata, generosa, intensamente tenera, commovente in modo insopportabile, totalmente devota. Ma c'era qualcos'altro. Lo stringeva con disperazione, piangendo, come se stesse già piangendo la sua assenza, afflitta dal dolore. Fece l'amore senza mai staccare le mani da lui, tirandolo con forza contro di sé, piangendo. Quello non era un arrivederci, ma un addio. Era come se una parte di lei stesse per partire con lui. Non diceva addio solo a lui, ma anche a quella parte di sé. Ecco, sembravano dirsi l'un l'altra, prendi una parte di me e vattene. Ne avrai bisogno quando non sarà rimasto nient'altro e io ne farò crescere una parte nuova. La Tania che ami sarà sempre con te. Prendila. E lui lo fece, finché non rimase più nulla. Né di lei né di lui.
Nel buio, lui trova la fronte di lei e ci preme le labbra. Lei si rannicchia contro il suo petto. Chiude gli occhi, o forse sono già chiusi?
"Oggi è stata una bella giornata, non è vero Tatia?"
"Certo, tesoro. Ogni giorno è perfetto, come una luna di miele." Sorride nel buio.
Lui la stringe a sé. "Tania, mi perdonerai quando morirò?"
"Sì."
"Mi perdonerai quando andrò in prigione?"
"Sì."
"Mi perdonerai..."
"Ti perdonerò tutto."
Distesi al buio si stringono forte. "E' un giorno perfetto", sussurra lui. "Ma provo tanto dolore." "No", dice Tania, abbracciandolo stretto. "Non è dolore, Shura: è amore."
Un solo istante per Grinkov, Marazov, Verenkov senza occhiali, Telikov, Yermenko, Dasha e anche Alexander. L'istante prima era vivo, quello dopo giaceva immobile e sanguinante sulla superficie ghiacciata del lago Ladoga. L'istante prima era vivo, quello dopo era faccia a terra, senza elmetto, nel cappotto bianco, disteso sul ghiaccio, sanguinante. Ma in un lasso di tempo più breve di un respiro, Alexander era stato amato. Nel lasso di tempo di un lungo respiro, nel giro di un doloroso battito di ciglia, era stato infinitamente amato.
Prima o poi si sarebbe alzata dal divano, si sarebbe allontanata dalla finestra, dalla scala antincendio, avrebbe messo via lo zaino nero e si sarebbe tolta le fedi dal collo. Prima o poi, quando la musica avrebbe suonato, non lo avrebbe sentito ballare stretto a sé nella radura, sotto la luna color cremisi, la notte delle nozze.
'Oh, come ballammo la notte delle nozze..."
Prima o poi. Ma oggi, ogni alito del passato colorava il futuro, ogni battito di ciglia spingeva Alexander sempre più in profondità dentro di lei, finché la loro unione la accecò, impedendole di vedere ciò che il mondo le riservava. Pensava solo a quello che lui aveva amato di lei, a quello di cui aveva avuto bisogno, a quello che voleva da lei. A quello che lei gli aveva donato. Era abbastanza? La memoria... nemica crudele del sollievo. Non riuscì a dimenticare. Peggio, il dissanguamento che aumentava a ogni istante si fece via via più intenso con il passare del tempo. Era come se le labbra di lui, le sue mani, la testa, il cuore, tutte le cose che a Lazarevo sembravano normali, giuste, acquistassero un significato profetico, spirituale. Era come se, nella loro totalità, assumessero una vita che prima non avevano.
Ti farò impazzire, le urlava la memoria mentre Tatiana, al davanzale della finestra, inalava il profumo immortale dell'acqua salmastra. All'esterno camminerai e sorriderai come se fossi una donna normale, ma dentro ti contorcerai e arderai, io non ti lascerò mai, non sarai più libera.
A Colditz non c'era via di fuga, né dai pensieri né dalla paura né dalle palpitazioni. Neppure dalla presa di coscienza che ormai erano passati mesi, anni: quanto a lungo una moglie fedele può attendere il marito morto? Persino la sua Tatiana, la stella più luminosa del firmamento, quanto ancora poteva aspettare prima di voltare pagina? Basta.
Per favore, basta. Niente più pensieri. Niente più desiderio. Niente più amore.
Per favore. Basta così.
Quanto tempo può aspettare prima di sciogliersi i capelli biondi, uscire dal lavoro e incontrare qualcuno che la faccia sorridere? Si voltò verso la finestra. Doveva fuggire da Colditz, a qualunque costo.
"Alexander?"
"Sì?"
"Pensi mai a tuo figlio?"
"Tu che dici?"
Pasha non replicò.
"Che vuoi sapere? Se credo che lei pensi ancora a me? Se credo che mi abbia dimenticato, che abbia una nuova vita e felice? Se pensa che io sia morto, se l'ha accettato?" Scrollò le spalle. "Non ho altri pensieri. Vivo solo con il cuore. Ma che altro posso fare? Devo trovarla." Pasha rimase in silenzio.
Alexander non aveva dubbi: qualunque fosse la sua vita, Tatiana non lo aveva dimenticato. In sogno la sentiva ancora piangere. La vedeva non a Lazarevo, ma in un posto nuovo, con un nuovo volto, che gli parlava, lo pregava, lo implorava; persino in quel posto nuovo, e con quel nuovo volto, lui riusciva a sentire il suo alito puro, sempre lo stesso, infondergli la vita.
La morte di Pasha Metanov aveva sancito anche la morte della fede. Niente aveva più senso in un mondo in cui Alexander aveva trovato il fratello di Tatiana per poi perderlo. Liberami, Tatiana, ti prego, liberami, perdonami, dimenticami, lascia che ti dimentichi. Voglio sentirmi per un istante libero da te, dal tuo viso, dalla tua libertà, dal tuo fuoco e dal tuo amore, libero, libero, libero. Il rituale volo dell'immaginazione al di là dell'oceano cessò, e con esso tutto il suo calore. Alexander fu pervaso da un senso di torpore che gli gelò il cuore, da una disperazione che, con i suoi tentacoli, gli immobilizzò tendini e arterie, nervi e vene fino a farlo irrigidire, a privarlo di speranza, di Tatiana. Finalmente. Ma non del tutto.
Quanto tempo occorre prima che la lancetta del tempo... tic, tac, tic, tac... che i giorni, le notti, i mesi e gli anni inesorabili scalfiscano la pietra del cordoglio che ostruisce la gola fino a farla diventare un ciottolo bel levigato? Ogni volta che pensi al suo nome, non respiri più; ogni volta che guardi suo figlio, non respiri più. Ogni Natale, ogni tuo compleanno, ogni suo compleanno, ogni 13 marzo non respiri per un giorno intero, un altro giorno, un altro anno. Volano via, gli anni, eppure il dolore rimane conficcato lì, nella gola, da dove tutto deve passare. Tutto il resto... felicità per te stessa, affetto per gli altri, gioia di vivere, serenità, comodità, risate per tuo figlio, cibo nel tuo piatto, acqua alla tua tavola, preghiere, applausi... Tutto ci passa attraverso.
Nel letto, al buio, Alexander la stringe a lungo al petto senza parlare, senza muoversi, quasi senza respirare, senza concludere ciò che aveva cominciato. Infine dice: "Non posso portarti con me. Correresti un pericolo troppo grande. Non posso..."
"Ssst." Tatiana gli bacia il petto. "Lo so. Shura, sono tua. Forse oggi non ti fa piacere, forse stanotte non ti va, forse desideri che sia tutto diverso, ma la realtà è che, come sempre, io sono solo tua. Niente può cambiarlo. Né la tua collera, né i tuoi pugni, né il tuo corpo, né la tua morte."
Alexander emette un gemito straziante.
"Caro, tesoro." Tatiana inizia a piangere. "Siamo orfani, Alexander, tu e io. Ognuno di noi ha soltanto l'altro. So che hai perso tutti quelli che amavi, ma non perderai me. Te lo giuro sulla fede nuziale, sul mio cuore che stai spezzando e sulla tua vita, ti giuro che sarò per sempre la tua fedele moglie."
"Tania", sussurra lui, "promettimi di non dimenticarmi, quando morirò."
"Non morirai, soldato. Non morirai. Vivi! Vivi e respira, aggrappati alla vita e non lasciartela sfuggire. Promettimi che vivrai per me e io ti prometto che, quando avrai finito, sarò qui ad aspettarti." Tatiana singhiozza. "Quando avrai finito, Alexander, io sarò qui ad aspettarti."
Ogni settimana Tatiana controllava la casella postale. Ma nessuno le scriveva. Lo aspettava oltre ogni ragionevole speranza. Il sabato sera andava a ballare, il venerdì andava al cinema, preparava la cena e giocava a softball al Central Park, leggeva libri in inglese, usciva con Vikki e amava il figlio e, durante tutto questo, scrutava il viso di ogni uomo che incontrava, la schiena di ogni uomo, sperando di vedere il suo viso, la sua schiena. Se avesse potuto raggiungerla, lo avrebbe fatto. Non era così. Se avrebbe trovato una via di fuga, l'avrebbe colta al volo. Non era così. Se fosse stato vivo, avrebbe avuto sue notizie. Non era così.
'Tania, Tania.
Lo sento che mi chiama. Mi volto e lo vedo, ancora vivo, che chiama il mio nome.
Tania, Tania.
Mi volto, devo voltarmi e lui è lì, con l'uniforme e il fucile a tracolla, che mi corre incontro senza fiato.
Ancora così giovane.
Perché lo sento così chiaramente?
Perché la sua voce è un'eco nella testa?
Nel petto.
Nelle braccia e nelle dita, nel cuore che batte appena, nell'alito del mio respiro freddo?
Perché è così forte, assordante?
Di notte regna il silenzio.
Ma di giorno, tra la gente...
Cammino, sempre piano, mi siedo, sempre immobile, e lo sento chiamare il mio nome.
Tania, Tania...
Perché lo sento?
Non mi disse di ascoltare il vento stellare, di notte?
Sarò io, sussurrò, che ti chiamo.
A Lazarevo.
E allora perché adesso URLA?
Sono qui, Shura! Smettila di chiamarmi.
Non vado da nessuna parte.
Tania, Tania...'
E poi c'era la notte. Nell'oceano, con il braccio teso verso Dio, c'era la Statua della Libertà e sulla scala antincendio Tatiana. La notte del primo dell'anno, la notte di Natale, la notte del 23 giugno, la notte del 13 marzo, Tatiana sedeva sulla scala antincendio verso le tre e ascoltava, ascoltava l'oceano per sentire il respiro di un uomo.
Un tempo aveva avuto tutto, ma ormai conosceva le parole per ottundere i sensi. Parole inglesi, un nome nuovo e, ad avvolgerla come una calda coperta, una nuova vita in una sorprendente, smodata e vibrante America. Un'identità nuova di zecca in un immenso Paese dorato. Dio aveva cercato di renderle più facile la vita senza Alexander. Ti dono tutto questo, le disse Dio. Ti dono la libertà e il sole ogni giorno, il calore, il conforto. Ti dono le estati a Sheep Meadow e a Coney Island, ti dono Vikki, la tua amica del cuore, Anthony, il tuo figlio adorabile, Edward, nel caso in cui tu voglia di nuovo l'amore. Ti dono la giovinezza e la bellezza, nel caso in cui tu voglia essere amata da qualcuno che non sia Edward. Ti dono New York nel suo momento di gloria. Ti dono le stagioni e il Natale! Il baseball, i balli, le strade asfaltate, il frigorifero, un'auto, un terreno in Arizona. Ti dono tutto questo. Ti chiedo soltanto di dimenticarlo.
La polvere stellare si posò. Ma ogni mattina Tatiana prendeva il traghetto per Ellis e, mentre attraversava le acque del porto, vedeva una sola cosa. Non un secondo, un terzo, un quarto, un quinto amore. Niente musicisti, Ricardo's, Vikki, Jeb, felicità. Vedeva gli occhi di Alexander, che le mostravano quanto avesse significato per lui. Ogni giorno di oblio, di mancanza, era un'altra giornata in cui gli occhi di Alexander le dicevano quanto avesse significato per lui.
L'America, New York, l'Arizona, la fine della guerra, la febbrile ricostruzione, il boom demografico, i balli, i suoi tacchi alti, il rossetto sulle labbra... quanto lei avesse significato...
Per lui.
Che cosa avrebbe avuto, se avesse significato di meno? Niente. Avrebbe avuto l'Unione Sovietica.
Dio ti protegga se sei vivo, implacabile Alexander. Ma se sei il mio angelo custode non venire qui, non seguirmi fino alle montagne Superstition, non venire dove tutto intorno a me è buio, freddo. Io vivo nel deserto, guardando i venti e i fiori selvatici in primavera.
Non andare lì.
Vieni con me nel luogo in cui volo, seguimi sugli oceani, sui mari e sui fiumi che ci separano, prendi la mia mano e lascia che ti guidi giù tra gli alberi, tra gli aghi di pino, per bagnarci i piedi nel Kama mentre il sole fa capolino da dietro le vette spoglie degli Urali per prometterci un'altra giornata, una giornata in meno, ogni alba per ventinove volte, un giorno in più, un giorno in meno, per poi sparire. Vieni con me nel fiume, nuota con me fino all'altra sponda contro la corrente impetuosa. Tu nuoti preoccupato, temendo che io venga trasportata nel Mar Caspio. Io grido nuota più veloce, più veloce, e tu sorridi e nuoti più veloce, guardandomi. Sei sempre più avanti, con il viso luminoso rivolto verso di me. Vieni lì con me per un'altra mattina, un altro falò, un'altra sigaretta, un'altra nuotata, un altro sorriso, un altro, un altro, alskar in quell'eternità che chiamiamo Lazarevo, mio Alexander.
Abbiamo solo il passato, che detestiamo, analizziamo e per il quale ci torciamo le mani. Il passato in cui eravamo uomini. Ci comportavamo da uomini. Lavoravamo come uomini. E combattevamo da uomini.
E amavamo come uomini. Se soltanto...
Mancano solo novemila giorni come questo.
Allora...
Saremo restituiti al mondo che abbiamo salvato da Hitler.
Ben presto, anche il seno di Tatiana svanì, come il suo viso, la sua voce che lo chiamava. Tutto svanì.
Rimase solo il suo impatto e il gemito di lei.
E presto svanì anche quello.
Le mani si sollevarono e, dopo una pausa per esaminare il legno, si abbassarono con violenza. Con ogni colpo d'ascia Alexander distruggeva la propria vita. Ci teneva talmente poco... da rinunciare a lei così in fretta?
Sarebbe bastato un millesimo di secondo e l'avrebbe fatta finita. Facile. Chiuse gli occhi. Che sollievo. Non doversi risvegliare mai più. Non doversi svegliare e pensare a lui sul ghiaccio.
Che sollievo non soffocare. Non amare.
Non ferire, desiderare, soffrire. Come se il dolore non fosse solo un mio diritto, una mia prerogativa, un mio dovere, ma la mia giusta punizione. Accarezzo il dolore come un tempo accarezzavo lui: finché ci sarà, ci sarà anche lui; finché fingerò di vivere, potrò stargli vicino. Mi ci sono soffermata per uno, due, tre anni, la ruota del tempo gira, sono affranta, lasciami in pace e lasciami guardare al dolore con tutta la mia passione e il mio ardore. Noi due credavamo che io fossi forte. Credevamo che ce l'avrei fatta. Credevamo che sarei sopravvissuta a tutto questo.
Ma ci sbagliavamo. Non riesco a sopravvivere. Anche se lo voglio. Lo voglio tanto!
Tania pensò al domani. A superare la paura. A sopravvivere alla paura. Peggio, a sopravvivere alla morte. Ad amare attraverso di lui. Coraggio, Tatiana. Coraggio, piccola. Coraggio, moglie mia. Alzati, fallo per me, va' avanti. Prenditi cura di nostro figlio e io mi prenderò cura di te.
Alexander, finalmente. Orbeli è in strada e saluta le sue casse.
Il suo viso aveva commosso Tatiana. Non l'aveva dimenticato.
'Stava guardando quelle casse con un tale struggimento. quasi che fossero il suo primo amore che svanisce.
"Chi è quell'uomo?" chiede Tatiana.
"E' il direttore dell'Ermitage."
"Perché guarda le casse in quel modo?"
"Perché sono la sua unica passione. Non sa se le rivedrà mai più."
Tatiana fissa l'uomo. "Dovrebbe avere più fede, non credi?"
"Hai ragione, Tania. Dovrebbe avere più fede. Alla fine della guerra, rivedrà le sue casse."
"Dal modo in cui le guarda, si direbbe che alla fine della guerra le riporterà indietro tutto solo", replica. Tatiasha... ricorda Orbeli.'
Quella notte di febbraio, nel silenzio, Tatiana si sedette sulla fredda scala antincendio, avvolta nella coperta di cachemire di Alexander, per respirare l'aria dell'oceano mentre Manhattan guizzava sotto di lei.
'Troverai il modo di vivere senza di me. Troverai il modo di vivere per entrambi,' le aveva detto una volta Alexander. Ormai sapeva, ne era certa, quello che aveva a lungo temuto, a lungo sospettato. Alexander le aveva donato la vita e aveva detto: ecco, prendila. Io non posso salvarmi, posso salvare solo te, e tu devi andare avanti, vivere la tua vita come solo tu sai fare. Devi essere forte, felice, devi amare nostro figlio. Devi amare. Devi imparare ad amare di nuovo, a sorridere di nuovo, a mettermi da parte, devi imparare a stringere la mano di un altro, a baciare le labbra di un altro, devi risposarti. Devi avere altri figli. Devi vivere la tua vita... per me, per te. Devi viverla come l'avremmo vissuta insieme. Tutto in una parola: Orbeli.
In guerra le cose erano più chiare: giuste, sbagliate, così nettamente definite, così nettamente profane. Pericolo, assoluzione, privazione. Emozione, angoscia, passione. Vedo lui chiaramente, anche in tempo di pace.
Dov'è? Dov'è il mio magnifico cavaliere, la mia fede d'oro, la mia catena, il mio zaino nero, il mio giorno più felice? Seduta sulla baia, Tatiana desiderò che la sua vita ricominciasse, o finisse; lei non era finita, non aveva ricominciato.
La verità era che non si trovava in nessun luogo.
Quanto sarebbe durata quella farsa? Sarebbe mai arrivata la fine? Il momento in cui immergersi nella vita e basta?
Prima di trovare la medaglia al valore di Alexander? No.
Dopo aver trovato la medaglia al valore di Alexander? No.
Non dopo Paul Markey.
Mai più dopo Orbeli.
Il suo animo era in guerra.
Voleva una parola da lui? Quella parola era Orbeli.
Sto cercando di mandarti in un luogo dove sarai al sicuro.
Non disperare, mi diceva, e abbi fede.
Ma perché adesso? Che fare? Bisognava fare qualcosa, ma cosa?
Doveva solo restare dov'era, andare avanti come aveva fatto fino ad allora. Ma lì non c'era nessuna Tatiana. Tatiana era con Alexander.
Le sue braccia lo cingevano nel lago Ladoga, dove dormiva con lui ogni notte. Le sue braccia erano intorno a lui, il cui sangue tingeva il ghiaccio del lago. Avrebbe potuto lasciarlo andare, consegnarlo a Dio, che lo stava chiamando. Ma non lo aveva fatto.
Proprio per quello era in America, seduta sull'orlo della sua stessa vita. Era così che si sentiva in quel momento importante in cui sapeva che, qualunque decisione avesse preso, la sua vita avrebbe imboccato un sentiero oppure un altro.
Un sentiero era piano e luminoso.
L'altro era scuro e zeppo di dubbi.
Restare significava accettare il bene.
Partire significava abbracciare l'ignoto.
Restare dava valore al sacrificio di lui.
Partire significava andare incontro alla morte.
Ma riusciva ad accettare una vita senza Alexander?
Riusciva a immaginare una vita senza di lui?
Alexander degli afflitti! Alexander degli innocenti, degli eloquenti, degli invincibili, dell'invisibile, dell'immenso, Alexander dei guerrieri, dei combattenti, dei comandanti, Alexander dell'acqua, del fuoco e del cielo, Alexander della mia anima: Oh, Dio, portami da lui, vicino a lui, su di lui, sul mio soldato dei carri armati e delle trincee, del fumo e del dolore, da Alexander della mia gioia e del mio desiderio, del mio regno e del mio vuoto, da lui, ovunque egli sia, ovunque possa trovarlo. Le mie braccia ti cingono mentre dormi, i miei capelli ti accarezzano il viso, le mie labbra sussurrano sulle tue, ti sto cercando; ti prego, Dio, fa' che sia su questa terra, Alexander del mio cuore.
A Tatiana tremarono le ginocchia. Si avvicinò alla soglia e sbirciò all'interno. La cella era lunga e stretta e vi si accedeva con un gradino. Sulla paglia, sotto la finestrella che non illuminava affatto il pavimento, a circa sei metri da lei c'era Alexander.
Il silenzio si abbatté sulla cella. Si abbatté sul suo viso e sulle sue spalle. Le mancò il fiato, il bruciore cessò e anche il cuore si fermò. Fissò l'uomo in ceppi con la barba lunga, un paio di pantaloni scuri e una camicia sporca di sangue. Lasciò cadere la borsa e si portò la mano alla bocca per soffocare un singulto atroce.
Alexander si era appena destato da un sogno e per un istante la sagoma gli sembrò quasi... Non ci vedeva bene, e d'altronde non aveva creduto di vederla fin troppe volte? Non riusciva a liberarsi da quella persecuzione.
Ma poi lei ansimo e Alexander sentì la sua voce e... benché avesse i capelli diversi la voce era la sua, l'aveva udita distintamente. Cercò di scorgere il suo viso, si sforzò, tentò di mettersi a sedere, ma non riuscì a muoversi. Lei avanzò di un passo. Dio, sembrava proprio Tatiana!
Alexander scosse la testa, credette di avere le allucinazioni, di vederla nei boschi con il costume da bagno a pois e quegli occhi distanti che lo perseguitavano ogni notte, ogni giorno. Sollevò le braccia per quanto le catene lo permettessero, le alzò come in preghiera. Visione, questa volta confortami, non affliggermi di più.
Alexander scosse la testa e batté le palpebre più volte. La sto immaginando, pensò. Ho immaginato così a lungo il suo aspetto, il suono della sua voce. E'un'apparizione, proprio come mio padre, come mia madre; ora chiuderò gli occhi e lei svanirà... come sempre. Batté le palpebre ancora e ancora. Cercò di scacciare la lunga ombra della sua vita senza lei ma lei rimase sempre lì, con gli occhi lucenti e le labbra rosee.
Rimasero a guardarsi senza proferire parola, mentre nei loro occhi colmi di sofferenza e rimpianto scorrevano minuti, ore, mesi e anni, il moto dei continenti e le fosse oceaniche.
La falce del dolore si abbatté sui loro volti afflitti.
Tatiana inciampò sul gradino e per poco non cadde. S'inginocchio accanto ad Alexander e fece quello che credeva non avrebbe più fatto nella sua vita.
Lo toccò. Lui aveva del sangue raggrumato sui capelli e sul viso ed era incatenato. La guardò senza parlare.
"Dio, non può essere vero", gli sussurrò. "Non puoi essere tu. Sono morta e tu mi aspetti sull'altra sponda della vita."
"Ti ho aspettato sull'altra sponda della vita", disse lui, tremando.
Tatiana era china su di lui. Alexander aveva gli occhi chiusi.
Rimasero così, immobili e in silenzio.
Lei emise un gemito. Non riusciva a parlare, non fu in grado di trovare neanche una parola, neanche una, sebbene avesse pensato libri interi, avesse urlato, pianto e inveito contro il destino avverso, avesse sofferto e, nel suo dolore, fosse stata in collera, si fosse sentita persa. Mentre premeva il viso sulla testa scura e insanguinata di Alexander, non riusciva a trovare neanche una parola per salutarlo. Gemiti, sì. Singhiozzi afflitti, sì.
Non un silenzio assoluto, ma nessuna parola.
"Tania, perché non mi guardi?" le chiese esitante. "Perché tieni gli occhi bassi?"
"Perché ho paura", sussurrò. "Ho molta paura."
"Anch'io", disse Alexander. "Ti prego, guardami. Ho bisogno dei tuoi occhi su di me."
Lei sollevò lo sguardo mentre le lacrime scorrevano sulle guance. Smisero di parlare. Lei era curva sotto il peso del suo dolore.
"Grazie", sussurrò poi, "per essere rimasto vivo, soldato."
"Non c'è di che", sussurrò lui.
Giaceva tra le sue braccia, con gli occhi chiusi, e respirava a stento. Solo il cuore pulsava. Alexander giaceva tra le sue braccia immobile, confortato, suo, sollevato, timoroso. Tatiana avvertì tutte quelle sensazioni, dentro di lui e dentro se stessa, e desiderò così disperatamente chinarsi sul marito, dirgli qualcosa, che per lo sforzo di restare composta si morse il labbro con una tale forza da farlo sanguinare proprio sul viso di Alexander.
Si baciarono. Si baciarono come tanto tempo prima, come avevano fatto nei boschi di Luga, come se fosse la loro prima estate insieme, come avevano fatto a Sant'Isacco, sotto la luna e le stelle. Si baciarono come se fossero a Lazarevo, come due sconosciuti. Si baciarono come se lei gli avesse appena detto che voleva portarlo via dalla Russia, china su di lui nell'ospedale di Morozovo. Si baciarono come se non si vedessero da anni.
Si baciarono come se stessero insieme da molti anni.
Quel baciò cancellò Orbeli e Dimitri, cancellò la guerra e il comunismo, l'America e la Russia. Cancellò ogni cosa, lasciando dietro di sé solo ciò che restava: frammenti di Tania e Shura.
Dal modo in cui la toccava, Alexander sembrava cieco: la stringeva con una forza incontenibile, che non aveva tanto a che fare con l'amore o la passione, quanto piuttosto con entrambi o forse con nessuno dei due. Il suo abbraccio era un'esplosione di angoscia, amaro sollievo e paura.
Forse Alexander avrebbe voluto dire di più, ma non riusciva e rimase seduto sulla paglia a gambe divaricate. Tatiana era inginocchiata davanti a lui, accoccolata fra le sue braccia, e di tanto in tanto lo sentiva sussurrare "ssst, ssst..." Non per lei, ma per se stesso.
Stringendola, Alexander la fece distendere sulla paglia e l'avvolse con le membra frementi, mentre Tatiana respirava a stento e, con il corpo scosso dalle lacrime, non sapeva come placare l'emozione che la sconvolgeva.
Alexander la baciò senza emettere alcun suono. Non sapevano come comportarsi: dovevano spogliarsi? Rimanere vestiti? Non importava. Lei non poteva muoversi, né lo voleva. Alexander le posò le labbra sul collo, sulle clavicole, e la strinse così forte che Tatiana, con la bocca socchiusa, avrebbe voluto sussurrare il suo nome, gemere. Le lacrime continuavano a scorrerle sulle tempie. Non la penetrò: la squarciò. Lei lo consumò, aprì la bocca in un urlo muto e con le mani si aggrappò alla sua schiena e lo attirò a sé. Tra i sussurri di dolore e le lacrime di desiderio, ebbe la sensazione che Alexander, in quel completo abbandono, facesse l'amore con lei come se fosse trattenuto dalla croce a cui era ancora inchiodato.
Nelle tenebre silenziose Tatiana pianse. Pianse quando allungò la mano e, senza fiato, lo toccò ancora una volta, pianse quando lui fu dentro di lei, e quando la baciò; pianse mentre l'accarezzava e la massaggiava, mentre la penetrava; pianse mentre la bocca di Alexander si posava sul suo corpo e lei posava la sua su di lui, lo stringeva, straziata dai singhiozzi e dai gemiti. Pianse anche quando, con suo enorme sollievo, si sciolse con lui, e avvertì la fame di Alexander, il suo bisogno, il suo dolore e la sua impotenza, bruciò e si sciolse di nuovo.
Quando si fermò, rimase su di lei e Tatiana gli accarezzò dolcemente la schiena e la testa mentre, con i piedi, gli sfiorava i lati e il retro delle gambe. Restarono rannicchiati l'uno nell'altra. Tatiana piangeva ancora. Con le labbra premute sulla guancia di lei, Alexander disse: "Tania, devi smetterla di piangere ogni volta che facciamo l'amore. Che cosa credi che pensi un uomo, se la moglie piange ogni volta che fa l'amore con lui?"
"Che è l'unico essere al mondo, per lei", rispose Tatiana in lacrime. "Che è tutta la sua vita."
"Anche per lui è così", sussurrò Alexander stringendosi a lei. "Ma non piange." Era voltato dall'altra parte e Tatiana non poteva guardarlo in faccia.
C'è un momento, nell'eternità, che precede la scoperta delle reciproche verità. Quel semplice momento è quello che ci spinge a vivere, quello in cui ci sentiamo sull'orlo del futuro, sull'abisso dei sentimenti proibiti, prima di sapere con certezza che abbiamo amato. Prima di sapere con certezza che abbiamo amato per sempre. Prima della morte di Dasha, della morte della mamma, della morte di Leningrado. Prima di Luga. Prima della divina Lazarevo, quando i miracoli che avevi accatastato su di me con il tuo amore e con il tuo corpo ci hanno uniti per la vita. Prima di tutto questo, tu e io abbiamo passeggiato nel Giardino d'Estate e, di tanto in tanto, il mio braccio nudo sfiorava il tuo, di tanto in tanto tu parlavi e io coglievo l'occasione per guasrdarti il viso e gli occhi ridenti e per immaginare - io che non ero mai stata toccata - la sensazione della tua bocca su di me. Il momento in cui mi sono innamorata di te, nel Giardino d'Estate durante le notti bianche di Leningrado, è quello che mi spinge a vivere.
Lui tremò. Trenò anche lei. Alexander l'attirò a sé, sul suo petto, tra le sue braccia. Anche se ogni suo respiro sembrava uscire da una gola piena di schegge di vetro, Tatiana si sentì meglio.
"Tania, sono sopravvissuto perché Dio mi ha reso forte. Nessuno mi si avvicinava senza perdere la vita. So sparare, so combattere e non ho paura di uccidere chiunque mi minacci. E tu? Che cosa avresti fatto?" Le prese la testa fra le mani e le sollevò il viso. "Guardati: sei la metà di me." Si staccò le braccia di lei dal corpo e la spinse appena all'indietro, facendola cadere sul letto. Poi le si sedette accanto e disse: "Non sei neppure capace di difenderti da me, e io ti amo più di quanto un uomo possa amare una donna". Scosse la testa. "Tatiasha, quel mondo non è fatto per una donna come te, ed è per questo che Dio te l'ha evitato."
Lei gli accarezzò il viso. "Ma perché non l'ha evitato anche a te?" gli chiese con amarezza. "Tu... sei il re degli uomini."
Lui non voleva più parlare. Lei voleva, ma non poteva.
"Tu avevi mio figlio. Io non avevo altro che te, il ricordo di come mi camminavi accanto per le vie di Leningrado, lungo la Neva, sul lago Ladoga, di come hai richiuso la mia schiena aperta e hai curato le mie ferite, lavato le mie ustioni, di come mi hai salvato. Avevo fame e tu mi hai dato da mangiare. Non avevo nient'altro che Lazarevo." La voce di Alexander s'incrinò. "E il tuo sangue immortale. Tatiana, sei stata la mia unica forza vitale. Non hai idea di quante volte abbia provato a tornare da te. Mi sono consegnato al nemico, ai tedeschi, per te. Per te mi sono fatto sparare, picchiare, tradire, arrestare. Volevo solo rivederti. Volevo che tu tornassi da me. Era tutto,Tatia, lo capisci? Il resto non ha senso, per me. La Germania, Kolyma, Dimitri, Nikolaj Ouspenskij, l'Unione Sovietica, tutto questo non significa niente. Dimenticali, lascia che scompaiano. Hai capito?"
"Ho capito", rispose lei. Camminiamo soli, in questo mondo, ma se siamo fortunati c'è un momento a cui apparteniamo a qualcosa, a qualcuno, un momento che ci sostiene lungo una vita di solitudine.
Per un minuto lungo una sera l'ho toccato ancora una volta e mi sono spuntate ali rosse e sono stata di nuovo giovane nel Giardino d'Estate e ho avuto la speranza e la vita eterna.
Alexander voleva dirle qualcosa per tranquillizarla, perciò mosse appena la testa, aprì la bocca, sorrise e disse: "Torniamo a casa". Lei respirò a fondo e si portò la mano alla bocca.
E poiché era Tatiana e non poteva essere altrimenti, né Alexander avrebbe voluto che fosse diversa, gli corse incontro e gli si lanciò tra le braccia, incurante dei generali. Lo abbracciò e affondò il viso rigato di lacrime nel suo collo. Alexander chinò la testa e i piedi di Tatiana si sollevarono da terra.
Il Giardino d'Estate (The Summer Garden)
Alexander non rispose, limitandosi ad alzare la testa, e per un attimo, tra loro, dagli occhi color bronzo di lui a quelli verde acqua di lei, passò Berlino, la stanza dell'ambasciata statunitense in cui avevano trascorso quella che, ne erano sicuri entrambi, sarebbe stata la loro ultima notte sulla terra, quando Tatiana gli aveva ricucito il muscolo pettorale tagliuzzato e aveva pianto, e Alexander era rimasto impietrito e l'aveva guardata senza vederla, un po' come ora. Poi le aveva detto: "Non abbiamo mai avuto un futuro."
La baciava, la toccava, ma non diceva mai una parola. Non pronunciava mai il suo nome. La baciava, la stringeva a sé, si offriva alla bocca impaziente di lei (talvolta un po' troppo violentemente, anche se a lei non importava) e le si sdraiava sopra. Tatiana gemeva, non riusciva a farne a meno. Vi era stato un periodo in cui Alexander viveva per quei gemiti. Adesso però lui non emetteva più alcun suono, non prima, non durante, nemmeno dopo.
"Shura". Ormai i momenti in cui era nuda nel Nomad erano gli unici in cui Tatiana lo chiamasse ancora con quel nomignolo affettuoso. A volte aveva la sensazione che Alexander volesse tapparsi le orecchie per non sentirla. Era buio nel camper, tanto buio; non vi era mai luce sufficiente per vedere nulla. E lui si teneva addosso gli indumenti. "Shura, stento a credere di poterti toccare di nuovo." Nel camper non c'erano romanzi di Edith Wharton, nessuna Età dell'innocenza. Lui la prendeva finché non aveva più nulla da darle, e continuava a prenderla finché non rimaneva nulla. Tatiana era impotente, affamata quanto lui, aperta. Gli si sarebbe concessa in qualunque modo Alexander ne avesse avuto bisogno, ma... Oh, non importava. Solo che vi era qualcosa di così militaresco e poco galante nel silenzio e nella rapacità con cui suo marito placava le grida della guerra.
Tatiana sedeva sulla panchina accanto alla baia, accanto all'acqua rischiarata dai primi raggi di sole, e osservava suo figlio che si spingeva su uno pneumatico a mo' di altalena.
Mi ha lasciata? Mi ha baciato la mano e se n'è andato?
No. Non era possibile. Era successo qualcosa. Non può farcela, non può riuscirci, non può trovare una via d'uscita né d'entrata. Lo so. Lo sento. Pensavamo che il peggio fosse passato, invece ci sbagliavamo. Il peggio è vivere.
Poi giaquero immobili, sotto le coperte, e Tatiana iniziò a piangere sotto di lui, e Alexander mormorò Ssst, ssst, coraggio, ma non si staccò subito come al solito.
"Ho così tanta paura", bisbigliò lei.
"Di cosa?"
"Di tutto. Di te."
Mentre facevano l'amore, Tatiana cercava di dimenticare. Ciò che doveva restare integro e perfetto era rimasto tale. Ma la schiena, le braccia, le spalle, il torace... non sapeva dove mettere le mani. Si aggrappava alla sua testa, un po' meno malridotta. Vi era un lungo rilievo sulla parte posteriore del lobo occipitale, c'erano i segni delle coltellate. Alexander portava la guerra sul proprio corpo come nessun altro che Tatiana avesse mai conosciuto. Piangeva ogni volta che lo toccava.
La portò verso l'acqua e la buttò dentro. Tatiana, senza fiato, emerse per respirare. Alexander le si gettò sopra, scuotendola, agitandola, brancandola con le mani implacabili. Forse, dopotutto, non era un miraggio, il corpo immerso in un oceano così salato che Alexander vi galleggiava. E galleggiava anche lei, sentendosi reale a sua volta, ricordando di aver fatto la ruota per lui al Palazzo degli Zar, di essersi seduta sul tram con lui, di aver attraversato con lui il Campo di Marte a piedi nudi mentre i carri armati di Hitler e la perfidia di Dimitri sfondavano le porte dei loro cuori.
L'acqua aveva l'effetto opposto su Tatiana. La demoliva. A ogni movimento della barca vedeva il fiume Neva che scintillava al sole settentrionale, sopra la bianca città subartica che un tempo chiamavano casa; l'acqua si increspava e tra le onde compariva Leningrado, e a Leningrado vi era tutto ciò che voleva ricordare, tutto ciò che voleva dimenticare. Alexander la scrutava. Di tanto in tanto i suoi occhi si addolcivano sotto il sole inclemente di Coconut Grove. "Hai delle nuove lentiggini, sopra le sopracciglia." Le baciò le palpebre. "Capelli dorati e soffici, occhi d'oceano." Le accarezzò il viso, le guance. "La cicatrice è quasi sparita. Ormai è solo una sottile linea bianca. Si vede appena." La cicatrice che si era procurata fuggendo dall'Unione Sovietica.
"Hmm..."
"A differenza delle mie."
"Tu hai più cose da guarire, marito mio." Allungando il braccio, gli posò la mano sul volto, poi si affrettò a chiudere gli occhi perché non potesse guardarla dentro.
Alexander si teneva la testa fra le mani. Le spalle di Tatiana tremavano. Dov'era finito il suo Alexander di un tempo? Era davvero sparito? L'Alexander del Giardino d'Estate, dei loro primi giorni a Lazarevo, del cappello tra le mani, l'Alexander tranquillo, allegro, languido, affascinante, era forse rimasto indietro?
Be', Tatiana supponeva che fosse giusto così.
Perché anche Alexander credeva che la sua Tatiana di un tempo fosse sparita. La piccola Tatiana che nuotava nel Luga, nella Neva, nel fiume Kama. Forse, all'apparenza, avevano ancora poco più di vent'anni, ma i loro cuori erano invecchiati.
"Oh, Shura..." singhiozzò lei.
"Guardami, Tatiana." Le sollevò la faccia. I suoi occhi di bronzo fiammeggiavano. Era furibondo, incontrollabile. "Sei terrorizata, lo so, ma eccomi qui." Indicò se stesso, nudo, costellato di cicatrici e tatuaggi neri. "Sono di nuovo nudo davanti a te", aggiunse, "e ci proverò - che Dio mi aiuti - ancora una volta." Abbassò i pugni, quasi senza fiato. "Eccomi qui, il tuo fenomeno da baraccone, che ha dato il sangue per la Madre Russia, che ha tentato disperatamente di raggiungerti... ora sto sopra di te con i segni delle frustate, e tu, che mi amavi, che hai compreso, interiorizzato e normalizzato tutto, non puoi voltarmi le spalle! Hai capito? Questa è una delle cose immutabili, Tania. E' così che sarò fino alla fine dei miei giorni. Non trarrò mai pace da te finché non troverai il modo di fare pace con questo. Fai pace con me. Oppure lasciami andare."
"Mi disciace, amore, marito, Shura, tesoro, cuore mio", gli sussurrò nel collo, baciandogli la gola e accarezzandolo con un tocco disperato. "Ti prego, perdonami per aver ferito i tuoi sentimenti. Non provo pietà per te, non è così! Eppure non posso fare a meno di sprofondare nella tristezza, di desiderare tanto - solo per il tuo bene, non per il mio - di vederti tornare quello che eri una volta, prima di tutto quello che ora porti su di te. Mi vergogno di me stessa e mi dispiace. Trascorro tutte le mie giornate a rimpiangere quello che non posso aggiustare."
"Anch'io, cara", le disse lui, infilando le braccia sotto il suo corpo. I loro visi erano lontani mentre Alexander giaceva su di lei, e Tatiana sfiorò la guerra sulla sua schiena. Nudi e premuti petto contro petto, cercarono qualcosa che avevano perduto tanto tempo prima, e lo trovarono per un istante, in una stretta intensa, in un luccichio tra le barricate.
Lui la fissava attraverso la notte nera, rigido, contratto. "Qualcuno ti ha baciata, Tania?" chiese con esitazione.
"Mai, mio adorato Shura", rispose lei, supina, le braccia che lo cingevano. "Nessuno tranne te. Perché ti tormenti inutilmente?"
Si baciarono con trasporto, tenerezza, spontaneità, dolcezza. "Be', guarda le domande idiote che continui a farmi", disse Alexander, togliendosi il maglione e i mutandoni. "Ti preoccupi per le donne della Bielorussia, di Bangor. Questo non è niente, vero? E' tutto." Si stese su di lei. Tatiana sollevò le mani oltre la testa. Lui le posò le dita sui polsi, adagiò le labbra sul suo corpo.
"E finalmente", proseguì Alexander dopo aver appagato il suo desiderio, i palmi di lei sulla propria schiena, "c'è un po' di benedetto sollievo."
"Shura, perché sono contaminata dal gulag? Per favore, dimmelo."
"Oh, Tania. Non sei tu. Non capisci? Sono marchiato dalle cose orribili che ho visto, dalle cose che ho vissuto."
Tatiana lo accarezzò, gli baciò le ferite sul petto. "Non sei marchiato, tesoro", lo rassicurò. "Sei umano, sofferente e in lotta... ma la tua anima è intatta."
"Lo pensi davvero?"
"Ne sono certa."
"Come puoi?"
"Perché", sussurrò, "lo vedo. Dal primo momento in cui ti ho sfiorato sul nostro autobus, ho visto la tua anima."
"Ti amo".
E Tatiana piange.
"Lo sai vero?" mormora Alexander. "Ti amo. Sono accecato da te, pazzo di te. Sono malato di te. Te l'ho detto durante la nostra prima notte insieme, quando ti ho chiesto di sposarmi, e te lo ripeto ora. Tutto quello che ci è successo, tutto quanto, è accaduto perché ho attraversato la strada per te. Ti venero, e lo sai. Il modo in cui ti stringo, in cui ti tocco... le mie mani su di te, Dio, io dentro di te, tutte le cose che non posso dire durante il giorno, Tatiana, Tania, Tatiasha, amore, mi senti? Perché piangi?"
Sei americano, Alexander Barrington, avrebbe voluto replicare Tatiana. Un americano che ha combattutto nell'Armata Rossa e ha sposato una ragazza russa di Leningrado, incapace di vivere senza il suo soldato. Ecco chi sei.
"Sono già stato in carcere", proseguì Alexander, stringendole i polsi. "Non capisci? Voglio una vita diversa con te." "Vedi, è questa la differenza tra noi due. Io voglio solo una vita con te.", osservò Tatiana senza opporre resistenza, giacendo aperta e fragile sotto le sue mani. "Te l'avevo già detto in Russia. Non mi importa se vivevamo nella mia stanza gelida al Quinto Soviet con Stan e Inga piantati davanti alla porta. L'unica cosa che volevo era vivere con te. Pazienza se viviamo qui a Bethel Island, o in una cameretta a Deer Isle. In Unione Sovietica, in Germania, qui... non ha importanza. Voglio solo che sia con te."
"In fuga, costretti a nasconderci, sempre impauriti?" chiese Alexander. "E' questo che vuoi?"
"Qualsiasi cosa", rispose, piangendo. "Purché sia con te."
"Stento a credere che ci stiamo sottoponendo a tutto questo. Chi ci avrebbe trovati nella nostra sconfinata America? Ci saremmo smarriti per sempre."
"Quante volte intendi farmi scudo con il tuo corpo, Tatiana", replicò il marito, "per nascondermi ai comunisti?"
"Per il resto della mia vita, se necessario."
Alexander la adagiò sul letto, le salì sopra e le si premette contro. Anthony era a pochi centimetri di distanza, ma non gli importava. Cercava di respirarla, di assorbirla dentro di sé. "Per tutto questo tempo ti sei messa davanti a me, Tatiana.", disse. "Ora ho capito, finalmente. Mi hai nascosto a Bethel Island per otto mesi. Mi hai nascosto e ingannato per due anni, solo per salvarmi. Che razza di idiota sono stato." aggiunse. "Infelice oppure no, devastata oppure no, eri sempre lì, pronta a metterti davanti a me, mostrando il tuo viso coraggiosa e indifferente a un estraneo taciturno e devastato." Tatiana chiuse gli occhi, le braccia avvinghiate al collo del marito. "Quest'estraneo è la mia vita", bisbigliò."
"Sono venuto da te nel cuore della notte, sebbene tutto congiurasse contro di noi, nonostante Dimitri, nonostante tua sorella, che pensava di amarmi."
"Ti amava. Dasha ti amava."
"Già. Pensava di amarmi."
"Oh... aiutami", sussurrò Tatiana.
"Sono venuto da te perché eri l'unica che volessi. Rammenti come ci siamo baciati quella notte?" chiese, prendendole il seno tra le mani. "Tu, seminuda davanti a me, non eri mai stata toccata da nessuno. Oh, Dio! Impazzisco ancora ricordando il mio stato d'animo di quel momento. Sai cosa aveva siognificato per me, e sai cosa continua a significare per me. Hai dimenticato tutto?"
Quei ricordi la fecero rabbrividire. "Non l'ho dimenticato... Ma..."
"Guardami, senti il mio corpo, toccami, tocca il mio cuore, sono qui. Sono io", sussurrò Alexander. "Ho girato alla larga dalle prostitute anche quando ero in guerra e credevo che tu fossi uscita dalla mia esistenza. Non sarei dovuto andare all'Ho, ma onestamente, perché dovrei cercarmi un'altra quando ho te? Con chi stai parlando? Con chi ce l'hai?"
"Oh, Shura..." bisbigliò, aggrappandosi a lui.
"Conosci tutto questo come conosci il mio nome", proseguì Alexander. "Vengo tutte le notti a inginocchiarmi al tuo altare. Perché ti preoccupi di queste assurdità?"
E con la voce e le mani, con le labbra e gli occhi, i baci e le carezze, i suoi modi immortali di regalare a entrambi un'estasi divina, la calmò e trovò pace e felicità in lei, perché le sue promesse erano forti, ma il suo amore era più forte, e quando finalmente si addormentarono - avvinghiati l'uno all'altra, rappacificati, sollevati, amati - credettero di essersi lasciati alle spalle la parte peggiore del mondo dei Belkman.
Ballarono la canzone del loro matrimonio, questa volta incapaci di nascondere la loro intimità agli occhi indagatori, colmi di curiosità oziosa; le mani intrecciate, i corpi premuto l'uno contro l'altro, danzarono sulle rive del Kama nella radura di Lazarevo, sotto la luna cremisi, un ufficiale con l'uniforme dell'Armata Rossa, una contadina con l'abito da sposa (l'abito bianco con le rose rosse), e quando Tatiana alzò gli occhi su di lui, Alexander la stava guardando con un'espressione che significava:salirò sull'autobus per te in qualsiasi momento. Lei stentava a crederci: Alexander piegò la testa e la baciò, apertamente e profondamente, mentre continuavano a piroettare al matrimonio di qualcun'altro.
"Tatiasha", mormorò Alexander, "sai, vero, che se non fosse per le donne come te, innamorate dei loro uomini, i militari tornati dalla guerra sarebbero tutti un po' come Dudley? Emarginati, afflitti, completamente soli, incapaci di instaurare rapporti con altri esseri umani, inclimi a odiare quello che conoscono, ma a volere quello che odiano."
"Ti riferisci", gli domandò, "a com'eri prima di tornare?"
"Sì", ammise lui, chiudendo gli occhi.
Tatiana pianse tra le sue braccia. "Sei ancora così, perché te ne vai in giro con la guerra addosso."
"Già, fingo di essere civile. Cosa mi dicesti a Berlino sotto il tiglio? 'Vivi come se avessi fede, e la fede ti verrà data.' E' quello che cerco di fare in continuazione."
"So cosa stai per fare", dichiarò. "Ci sono già passato mille volte. Fai pure. Toccami. Accarezzami. Sussurrami nell'orecchio. Prima dimmi che non vedi più le mie cicatrici, poi aggiusta tutto. Lo fai sempre, riesci sempre a convincermi che qualsiasi tuo folle piano sia davvero la cosa migliore per entrambi", asserì. "Tornare a Leningrado durante l'assedio, fuggire in Svezia e in Finlandia, precipitarsi a Berlino, il turno di notte. So cosa sta per succedere. So che alla fine farai comunque quello che credi. E io non voglio. Sai che dovresti dare le dimissioni invece di accettare il turno di notte. Ti dico qui e ora che il sentiero lungo il quale ci stai portando condurrà al caos e alla discordia anziché all'ordine e all'armonia. Comunque la scelta è tua. E' questo che ti definisce come infermiera, come donna, come moglie:il finto servilismo. Ma non mi inganni. Sappiamo entrambi che sotto il guanto di velluto sei fatta di ferro."
Dovette aspettare per qualche ora, ma quella notte Alexander fece l'amore con lei come se non fosse mercoledì e se non dovessero alzarsi alle cinque. Fece l'amore con lei con tanta accuratezza, con tanta implacabilità e alla fine con tanta disperazione che, quando ebbe finito, non vi era nessuna fessura, uno spicchio o una cavità del corpo di Tatiana che non fosse stato baciato, leccato, accarezzato, succhiato, immobilizzato, riempito. L'aveva divorata. Aveva fatto l'amore con lei finché l'aveva vista sfinita, finché l'aveva vista esausta. Finché nella sua gola non era rimasto neppure un lamentoso e impercettibile Oh, Shura, neppure un respiro per implorare pietà.
Lui pensò di andarsene. Ma dopo un momento, dalla porta a due battenti chiusa con il chiavistello, uscì Tatiana, e i suoi occhi erano su di lui e per lui, e c'era un sorriso sul suo volto. Se Alexander avesse avuto il berretto, se lo sarebbe tolto.
"Ehi", gli disse, accostandosi.
"Ehi."
Si premette brevemente contro di lui. "Cosa c'è? Tutto bene?"
"Ora sì." Per poco Alexander non rabbrividì. "Sei occupata?"
"Oberata come al solito. Cosa c'è?" Lo sbirciò, il palmo sul petto.
"Niente."
"Oh!" Tatiana taque, mordicchiandosi il labbro. "Forse ho mezz'ora prima del prossimo intervento. Ti va di andare a bene una tazza di caffè?"
Mi va di serpeggiare con te per otto chilometri lungo i canali della Kirov alla porta del Quinto Soviet. Mi va di salire sul tram con te, di sedere nei Giardini Italiani con te. Ecco cosa mi va. Berrò una tazza di caffè nella mensa del tuo ospedale.
Ricordò quando, sotto le stelle di Lazarevo, si erano stesi insieme, rattrappiti, vicini al fuoco, cercando Perseo nella galassia. La famiglia di Tatiana era scomparsa. La sua era scomparsa. E quindici anni e mezzo dopo, in un miracolo, in un sogno, con la grazia divina, giacevano, non rattrappiti, in una casa che si erano costruiti dopo tante disavventure, mentre lei indossava una camicia da notte, forse slip e reggiseno, forse persino un elmo d'acciaio e un giubbotto antiproiettile, e lui non riusciva ad avvicinarsi per appurarlo, escogitando tutte le menzogne possibili per il venerdì precedente e tutte le menzogne possibili per il mercoledì successivo.
E a un tratto...Alexander giace sulla paglia sporca. L'hanno picchiato così tante volte che il suo corpo è un mucchio di ferite sanguinanti; è sudicio, è disgustoso, è un peccatore, e nessuno lo ama. Da un momento all'altro, da un istante all'altro, lo metteranno su un treno, in catene, e lo porteranno nell'Ade attraverso la bocca di Cerbero per il resto della sua miserabile vita. Ed è in quel preciso attimo che la luce brilla dalla porta della sua buia cella numero 7, e lì davanti compare Tatiana, minuscola, determinata, incredula. E' tornata a prenderlo. Ha abbandonato il bambino che ha bisogno di lei per cercare la bestia distrutta che ha bisogno di lei. Resta immobile, in silenzio, e non vede il sangue, non vede il sudiciume, vede solo l'uomo, e allora lui capisce: non è un reitto. Qualcuno lo ama.
Tatiana gli si avvicinò, con la divisa bianca, e levò il viso serio nella sua direzione, levò gli occhi pieni di desiderio nella sua direzione, nel parcheggio soleggiato della scuola di Anthony, nel bel mezzo di una fredda mattinata di dicembre, e gli posò le mani sul petto. "Alexander", mormorò, "baciami."
Lui trasalì senza volerlo.
I pugni di Tatiana gli si serrarono sulla camicia, vicino al cuore, e i suoi occhi indagatori, pieni di dolore e speranza, lo scrutarono, colmandosi di lacrime. "Mi hai sentita", sussurrò.
"Marito mio, padre di mio figlio, mio cavallo e mio carro, vita mia, anima mia, baciami con le tue labbra sincere."
Gli uomini del coroner non sarebbero arrivati di lì a poco per ripulire Carmen dalle pareti di casa loro. La scelta di Alexander era lì davanti. O la baciava o si allontanava. In un modo o nell'altro era spacciato. Perché quello era uno scacco matto.
Non era possibile che stesse accadendo davvero, urlò il suo cuore. Non era possibile! La vita reale non poteva vessare anche loro. Loro erano immuni, oppure no? Erano Alexander e Tatiana. Avevano strisciato sullo stomaco attraverso oceani ghiacciati, attraverso continenti su chiodi seghettati e arrugginiti, erano stati flagellati per i loro peccati, picchiati e dissanguati, per tornare ancora l'uno dall'altra. Non poteva accadere.
"Mamma, non avvicinarti più a lui, stagli alla larga. Lascialo perdere. Per l'amor di Dio, ha ucciso un uomo."
"Anthony, ne ha ucciso più di uno. Ciascuno dei segni sul suo corpo è nulla in confronto a quello che ha visto e fatto nella sua breve vita, nei fiumi, nei laghi, di casa in casa, di porta in porta, e, sì, di uomo in uomo. Sai tutto di tuo padre. Te l'ho raccontato molte volte. Ha salvato te e me, l'abbiamo abbandonato, e ne è uscito quasi distrutto. Questo è ciò che è rimasto."
Gli occhi liquidi simili a pozze di disperazione, la guardò come se attendesse una risposta. Ma Tatiana taque. Non emise nemmeno un suono. Dopo un breve sussulto incredulo, Alexander proseguì: "Allora, cosa aspetti? Vuoi che ti aiuti a fare le valigie?" Gli tremò la voce. "O prima vuoi che ti dia una mano ad alzarti?"
Tatiana avrebbe voluto alzarsi da sola per andarsene, senza implorarlo in silenzio, ma non ci riuscì. Non sapeva cosa fare.
Non riusciva ad alzarsi senza il suo aiuto. E fu allora che capì di essere finita. Fu allora che capì di essere inerme contro di lui, di non avere più nemmeno la rabbia come arma. Tanto valeva che fosse nuda. Sedette e contò i battiti del proprio cuore.
"Credevi di potermi nascondere questo segreto?" insistette Tatiana. "Fra tutti i segreti che avresti potuto nascondermi, credevi di potermi nascondere questo? Con quei tuoi occhi sinceri, ti sarebbe bastato alzarli su di me dopo essere stato pizzicato a raccontare una piccola bugia innocente e dire che non volevi farmi preoccupare, che ti dispiaceva. E' l'unica cosa che avresti dovuto fare quando mi hai allungato quella tazza di caffè lo scorso sabato: guardarmi negli occhi e mentire." Scuotendo il capo, si fissò i palmi. "E quando mi hai toccata, non hai tremato, e quando ho chiesto alle tue labbra di baciarmi, dovevi baciarmi invece di ritrarti. Pensi di potermi amare e tradire allo stesso tempo? Pensi di potermi baciare e tradire allo stesso tempo?" mormorò. "Non ci sei riuscito ieri, ma è l'unica cosa che avresti dovuto fare. Allora avresti mantenuto il tuo segreto."
Un suono disperato provenne dalla bocca fumosa di lui. "Non posso accettarlo", aggiunde Tatiana, tenendosi lo stomaco. "Non posso sopportarlo. Vieni qui." Tese le braccia.
"Picchiami fino a lasciarmi priva di sensi, e poi non ci darò peso." Senza fiato, tastò il pavimento. Alexander e Carmen erano come cholla nei suoi occhi. Non riusciva a vedere davanti a sé. Aprì le mani. "Oh, mio Dio, ma chi aiuterà me...?" chiese con un filo di voce. "Ho bisogno di aiuto, chi aiuterà me?" Doveva lasciare subito il terrazzo, subito, altrimenti avrebbe perso il poco buonsenso che le era rimasto, il vetro liscio del suo cuore già frantumato dalla consolazione che Alexander aveva cercato di offrirle. Per favore, Aiutami. Per favore. Un briciolo di orgoglio per alzarmi. Un misero grammo di orgoglio fatto di cartone e segatura.
"Tania", Alexander si rivolse alla sua schiena. "So che ti dedichi ai moribondi e agli afflitti." Gemette. "Ma anch'io sono moribondo e afflitto."
"Non posso più aiutarti, Alexander", dichiarò lei. "Non posso nemmeno aiutare me stessa." Piangeva, carponi. "Mi hai voltato le spalle nonostante tutto. Ora, io volto le spalle a te, nonostante le cose che sai. Ecco. Queste sono le mie parole. Sono abbastanza affettuose per te?" Procedendo tentoni, iniziò a strisciare verso la casa, a strisciare via dall'unico amore che avesse mai conosciuto.
Lo udì alzarsi e avvicinarsi al punto in cui lei si inclinava, si spandeva. Tatiana alzò il volto. Lui rimase immobile, quindi cadde in ginocchio lì davanti.
"Afflitto, Tania", ripeté con voce rotta. "Guardami. Non sono l'ubriacone nella sala d'attesa del pronto soccorso. Sono tuo marito. Abbi pietà anche di me." Dovette interrompersi per un attimo. "Vengo da te ogni singolo giorno della vita che mi hai donato", riprese, "sperando che mi tocchi. Faccio la fila e mi tocchi, e tiro avanti per qualche altra ora finché ho di nuovo bisogno del tuo conforto. Non posso farcela senza di te." Aveva le mani giunte, le sue parole erano appena udibili. "Non posso farcela senza di te, e lo sai."
"Nostro figlio ha ragione. Tutto quello che fai mi sta bene. Ogni giorno bacio la terra su cui cammini, Alexander", mormorò. "E' stato così fin dall'inizio. Perciò se alzi la voce o le mani, abbasso la testa e lo accetto. E se hai bisogno di me, in qualsiasi modo, in qualsiasi momento, ti do il mio corpo e lo accetto. Hai regnato su di me con il tuo scettro. E se ti chiudi in te stesso e non riesci a trovare il tuo cuore, passeggio al tuo fianco su e giù per le colline di Stonington, passeggio al tuo fianco per tutta l'America, aspettando che ricominci ad amarmi. E quando sollevi la tua arma, la tua calibro 45, e mi spari in faccia - e ora devo sopportare di continuo anche quello appena chiudo gli occhi ogni notte, quello e Leningrado, Stoccolma e Berlino -, dico: 'Queste sono le carte che ho ricevuto'. Dico come dico davanti a ogni cosa: 'Questa è la mia croce'." La sua voce già incrinata si ruppe, e si ruppe di nuovo. "E in cambio di tutto questo ho te."
Le ore trascorsero nell'oscurità. Sopra, sotto, oltre e attraverso passarono torrenti di parole raccapriccianti e fiumi di confessioni disperate. Venne fuori ogni cosa, ogni cosa nel loro letto, ogni cosa detta e sentita.
Tatiana lo scrutò mentre parlava, lo scrutò alla ricerca della verità. Lo ascoltò, le mani su di lui mentre continuava a fargli domande, mentre ascoltava le sue risposte. Gli posò la guancia sul petto mentre lui le parlava, per udire la voce del suo cuore.
Gemette. "Ho commesso un terribile errore e ti imploro di perdonarmi. Tatiana, ti imploro", ribadì, senza fiato, "di perdonarmi. Ma non esiste una vita separata per noi due. Non ci sono altri bunker, non ci sono valigie, addii, o altre mogli. Ci siamo solo io e te." Le abbassò le mani, il suo corpo sopra di lei, la sua faccia sopra quella di lei, e Tatiana, minuscola là sotto, mentre lo guardava sotto la luna nera. "Credi davvero che ti avrei permesso di lasciarmi?" le bisbigliò. "Non rammenti cosa ti ho detto a Berlino? Quando ci siamo smarriti nei boschi? Lottando contro la sorte?"
"Sì", rispose Tatiana, cingendogli il collo con le dita e chiudendo gli occhi. "Hai detto: 'In passato ti ho lasciata andare. Questa volta viviamo insieme o moriamo insieme'. "
"Esatto", confermò Alexander. "E questa volta viviamo insieme."
Si sollevò, si avvinghiò a lui, gli prese la testa nera e strinse e pianse. "Alexander, mi hai spezzato il cuore. Ma poiché mi hai portata sulla schiena, mi hai trascinata moribonda su una slitta, mi hai dato il tuo ultimo pane, per il corpo che hai distrutto in nome mio, per il figlio che mi hai regalato, per i ventinove giorni in cui abbiamo vissuto come uccelli del paradiso rossi, per tutta la nostra sabbia di Naples e il nostro vino di Napa, per tutti i giorni in cui sei stato il mio primo e ultimo respiro, per Orbeli... io ti perdono."
Le braccia di lui la cingevano. Avevano gli occhi socchiusi. Non dormivano da tre giorni ed era l'alba di domenica mattina. Tatiana gli baciò la gola pulsante, gli toccò la schiena umida. Con le mani calde e piene di cicatrici che le stringevano il viso costellato di lividi, Alexander disse, la voce incrinata: "Oh, Dio misericordioso, stiamo davvero per avere un... bambino?"
"Sì, Shura, sì, marito mio, sì. Stiamo davvero per avere un bambino."
Quella fu una notte di tanti inizi. Alexander fece una cosa che non faceva dal 1943, quando aveva scoperto di chi era il sangue che gli scorreva nelle vene vuote. Scoppiò a piangere.
Alexander, che di solito pensava alla propria umanità con tanto dolore, questa volta la ricordò con felicità, come può accadere solo agli esseri umani, trovando un filo di conforto in un drappo d'angoscia.
"Anthony, Anthony..." bisbigliò Alexander, premendo il viso contro il suo capo, sollevandolo dalla paglia per metterlo seduto. "Mi senti, figliolo? Sei la mia vita e la vita di tua madre. Per me sarai sempre il bambino di tre anni che gioca in cortile, che si taglia i capelli come i miei, che cammina con me, parla con me, si siede sulle mie ginocchia, mi porta le coccinelle, mi riempie di gioia, mi tiene in vita. Ecco cosa vedo quando ti guardo. Ricordi quando pescavamo insieme, quando eri piccolo? Non hai idea di quanta felicità mi donassi. Mi hai sempre reso fiero sin da quando sei nato. Ora dai, ometto. Devi alzarti e seguirmi. Vedrai, non mollerai, non tu. Ti rimetterai, ma alzati figliolo. Coraggio, alzati, Anthony."
Vide Tatiana. Si fissarono. Ogni oceano, ogni fiume, ogni minuto che avevano percorso insieme erano contenuti nel loro sguardo.
Alexander tacque, Tatiana tacque. Si inginocchiò lì accanto, le mani su di lui, sul suo torace, sul suo cuore, sui suoi polmoni che aspiravano aria ma non riuscivano a buttarla fuori, sulla sua ferita aperta; gli occhi di Tatiana erano posati su di lui, e in quegli occhi vi era ogni frammento di tempo non contato, misterioso, ogni momento che avevano vissuto dal 22 giugno 1941, il giorno in cui per l'Unione Sovietica era iniziata la guerra. Quegli occhi erano colmi di tutto ciò che provava per lui. Quegli occhi erano veri.
Alexander aveva un desiderio così disperato di non vederla da girarsi dall'altra parte, poi udì la sua voce. Shura, gli disse, hai dei figli piccoli. Hai una bambina ancora più piccola. E io sono ancora così giovane. Ho ancora tutta la vita davanti. Non posso vivere l'altra metà delle mia esistenza su questa Terra senza la mia anima. Per favore. Non lasciarmi Shura.
Alexander chiudeva gli occhi mentre Tatiana lo curava e lo assisteva, lo avvolgeva e riavvolgeva, lo lavava, lo abbracciava e lo imboccava, man mano che il vetro del suo cuore si levigava grazie a quelle premure e al costante metronomo dei rumori sinfonici della sua famiglia.
Las Vegas la fa sorridere e la aiuta a dimenticare il rimorso e l'impossibilità di vedere con occhi vecchi e indeboliti le strade della sua vita di una volta, che il tempo ha rimpicciolito, ma che i loro vecchi e indeboliti cuori vedono ancora nelle dimensioni originarie. Devono soltanto chiuderli, gli occhi. Perché Leningrado, la morte di ogni cosa, è stata anche la nascita di ogni cosa; ogni ocotillo e ogni goji che piantano oggi è nato dalle vie assolate e distrutte della città di ieri, che l'anima non può seppellire, non può nascondere, non può cacciare via.
"Non voglio che questa vita finisca", affermò Alexander. "Il bene, il male, il passato, tutto quanto, non vogliono che finisca mai." La cinse con il braccio. "Qui è fantastico. Il tramonto su questo vasto deserto oro e lilla e il milione di luci tremolanti nella terra di frontiera di mio padre e mia madre." Teneva la voce bassa e ferma. Indicò un punto in lontananza. "Vedi il nostro cortile di novantasette acri?" mormorò. "Il nostro Giardino d'Estate proprio oltre quei lillà russi, dove i nostri lillà dell'Arizona (l'abronia, la facelia, la lantana, la lavanda del deserto) coprono la terra? Lo vedi?"
"Sì." E anche i tageti.
"Vedi il Campo di Marte, dove, quando eravamo ragazzi, ho camminato accanto alla mia sposa con l'abito nuziale bianco e i sandali rossi in mano?"
"Altroché."
"Abbiamo trascorso tutti i nostri giorni temendo che fosse troppo bello per essere vero, Tatiana", continuò. "Abbiamo sempre temuto di avere solo cinque minuti."
Lei gli accarezzò il viso. "E' l'unica cosa che ciascuno di noi ha, amore mio", replicò. "E vola via tutto quanto."
"Sì", disse Alexander, guardando lei, guardando il deserto, oro e corallo per via della viguiera e della malva americana.
"Ma che cinque minuti sono stati."
Alexander pensa alle barche a vela su oceani lontani, al deserto della sua infanzia sfocata, al fantasma della fortuna, alla ragazza sulla panchina. Quando la vide, vide qualcosa di nuovo.
Lo vide perché voleva vederlo, perché voleva cambiare la propria vita. Era sceso dal marciapiede ed era uscito dalla trappola.
Attraversa la strada. Seguila. E darà un senso alla tua esistenza, ti salverà. Sì, sì. Attraversa.
"Quando ci incontreremo a Lvov, io e il mio amore..." canticchia Tatiana, mangiando il gelato, nella nostra Leningrado, nel giugno profumato di gelsomino, vicino alla Fontanka, alla Neva, al Giardino d'Estate, dove resteremo giovani per sempre.













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